Forza di volontà e resilienza in Piero Gobetti «editore ideale», un secolo dopo

«Nessun cambiamento può avvenire se non nasce nelle coscienze come autonoma e creatrice volontà di rinnovarsi e di rinnovare» ha scritto un editore e pensatore che ha lasciato il segno, pur essendo vissuto soltanto fino all’età di venticinque anni. Ricordare Piero Gobetti e la sua drammatica fine, in un ospedale nei dintorni di Parigi, il 16 febbraio 1926, è un omaggio alla sua resilienza e alle sue qualità umane e intellettuali caratterizzate da forza di volontà e da perseveranza del tutto particolari, che possono essere un esempio per l’oggi anche in campi diversi dal suo. 

Un imprenditore di cultura

Un mondo nuovo tutti i giorniE pensare che il suo impegno culturale e imprenditoriale ha avuto uno dei primi stimoli dalle letture infantili dei libri di Salgari, come Il corsaro nero, molto prima di fondare sia riviste come “La Rivoluzione liberale” sia l’editrice che porta il suo nome: un mito, con cui lo scrittore Paolo Di Paolo ha fatto i conti in due libri: Mandami tanta vita (Feltrinelli) e il più recente Un mondo nuovo tutti i giorni (Solferino).  

«Era un giovane alto e sottile, disdegnava l’eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte» lo ricordava Carlo Levi in via Fabro 6 nella Torino di inizio secolo, appena dopo la Grande Guerra. Lì una lapide resta a memoria della casa di Piero e della moglie Ada Prospero, oggi Centro studi Gobetti, durante la seconda guerra mondiale sede clandestina del Partito d’Azione e luogo di elezione dell’antifascismo all’ombra della Mole, dov’era nato nel 1901. 

Coraggio e creatività al servizio delle idee

Allievo di Luigi Einaudi, sull’esempio di un intellettuale come Prezzolini ha fondato la propria sigla editoriale valutando gli aspetti culturali tanto quanto quelli tecnici ed economici. Immaginava un «editore ideale» come «uomo di biblioteca e di tipografia, artista e commerciante», che «non abbia fatto transazione coi suoi principi di uomo colto», in modo che «pubblico e autori siano sicuri di lui», ma che sappia nello stesso tempo «garantire la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante». 

Sempre in Gobetti è viva la perseveranza nei progetti intrapresi, con il coraggio e la creatività per non farli naufragare e con una comunicazione efficace per dare corpo alle proprie convinzioni e condividerle con una platea sempre maggiore. Aggiunge in un suo appunto, nel momento in cui il regime lo contrasta con violenza: «L’importante è che l’editore non debba vivere di ripieghi tra le persecuzioni del prefetto, il ricatto della politica attraverso il commercio». E l’osservazione successiva è purtroppo, in parte, attuale: «La verità è che paragonata colla cultura europea moderna l’Italia manca di autori, di editori, di librai, di pubblico». 

Promuovere e proteggere il valore culturale

Ha proposto opere che restano, per esempio Dal patto di Londra alla pace di Roma di Salvemini (tra i suoi maestri), Italia barbara di Malaparte e Ossi di seppia di Montale: «penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria: il giro di affari». Ha così mostrato un impegno continuo nel promuovere e proteggere il valore culturale attraverso momenti di trasformazione e crisi, evidenziando non solo il coraggio ma anche la creatività nel trovare soluzioni innovative ai problemi del settore. 

Tuttavia aggressioni, arresti e pestaggi degli squadristi («la tribù preoccupa più del capo») lo hanno debilitato sempre di più. Nell’inverno del 1926 il giovane intellettuale e imprenditore, compromesso nel fisico, decise di fuggire a Parigi. Dopo il secondo arresto nel maggio del 1923 aveva scelto di stampare sulla copertina dei suoi volumi il motto alfieriano «Che ho a che fare io con gli schiavi?» (suggerito da Augusto Monti e disegnato in greco da Felice Casorati), ma anche l’esilio francese non lo salva dalla morte prematura per la salute troppo fragile a soli venticinque anni.  

La sua perseveranza e il suo impegno non vengono però uccisi e restano di esempio come le sue parole: «Bisogna pure che ci sia chi si sacrifica, chi insegue, con avido amore, il suo ideale etico».

Roberto Cicala, Editore e professore universitario

Roberto Cicala
Author: Roberto Cicala

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