Il rischio invisibile dell’AI nel coaching non è quello che pensiamo

Nel dibattito sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nel coaching l’attenzione si concentra quasi sempre sulla tecnologia: piattaforme, funzionalità, strumenti, rischi di sostituzione. Eppure, prima della tecnologia viene la pratica. E prima ancora si pone una domanda scomoda: come rifletti quando rifletti? 

Quando diciamo “riflessione” intendiamo spesso un rapido debrief mentale o una preparazione alla sessione successiva. La pratica riflessiva, quella professionale, però è altro. Riguarda il processo che si è attivato in sessione. Riguarda ciò che ho visto… e ciò che non ho visto. Riguarda le ipotesi implicite che hanno guidato le mie scelte.  

In una recente riunione tra coach professionisti, impegnati nel loro percorso di sviluppo, è emerso un dato interessante: non sempre abbiamo chiaro ciò che dovrebbe essere fondativo. Cos’è mentoring? E la supervisione? La riflessione? E cosa invece è semplice debriefing dei contenuti di una sessione? 

Nel confronto è emersa anche un’abitudine che si sta diffondendo: chiedere all’AI suggerimenti, domande, possibili letture di un caso. Non per superficialità, ma per velocità. Ed è lì che si è delineata una questione più ampia: il rischio invisibile dell’AI nel coaching non è la sostituzione del coach. È la delega silenziosa della fatica di pensare. 

Riflettere non basta, serve riflessività 

Nella riflessione si ripensa a ciò che è accaduto. La riflessività interroga il modo in cui si costruisce significato su ciò che è accaduto. La riflessività chiede: 

  • Quali lenti sto usando? 
  • Quali assunzioni sto portando nella relazione? 
  • Cosa si è mosso in me e come ha influenzato il mio modo di stare con l’altro? 

La riflessività del coach non è un algoritmo. È un processo vivo, situato, dialogico: prende forma nel corpo, nel contesto, nella relazione. Quando l’efficienza diventa il criterio principale, la profondità rischia di essere la prima vittima. L’AI può sintetizzare rapidamente una conversazione, proporre pattern plausibili, suggerire domande ben formulate. Non può però interrogare il mio sistema di significati né sostituire la responsabilità di soffermarmi sul mio modo di pensare. Ed è qui che si gioca la qualità del nostro mestiere. 

AI come spazio di domande, non come sostituto del giudizio

Dire che esiste un rischio non significa rifiutare lo strumento. L’AI può diventare una scorciatoia o una palestra: dipende da come la usiamo. Se la utilizziamo per ottenere rapidamente domande “migliori”, sintesi più eleganti o interpretazioni già pronte, rischiamo di allenare una dipendenza cognitiva leggera: meno fatica, meno attrito, meno profondità. 

Se invece la utilizziamo come spazio strutturato di domande che rimandano il pensiero a noi, allora cambia tutto. Un ambiente ben progettato non giudica, non assegna punteggi, non formula diagnosi. Rende visibile il processo. In questo senso, l’AI può sostenere la meta-cognizione: aiuta a rallentare, a chiarire, a portare alla luce ciò che resta implicito. La qualità del nostro stare in relazione, invece, non è delegabile. La differenza è sottile ma decisiva: l’AI può amplificare la riflessione; solo il coach può esercitare la riflessività. 

Un laboratorio vivo: la ricerca collaborativa di SCP Italy

È proprio su questa distinzione che si muove la ricerca collaborativa promossa da SCP Italy. La domanda di partenza è concreta: cosa accade nella relazione di coaching quando coach e coachee continuano la pratica riflessiva post-sessione con il supporto dell’AI come partner cognitivo? 

In questo percorso, coach e coachee diventano co-ricercatori della propria pratica. L’esperienza alimenta l’apprendimento condiviso. L’AI non viene assunta come soluzione, ma osservata come variabile nel suo utilizzo. Se il futuro del coaching si gioca sulla qualità della nostra riflessività, non possiamo limitarci a opinioni polarizzate, entusiastiche o difensive. Dobbiamo osservare, sperimentare, raccogliere prove. 

La ricerca collaborativa promossa da SCP Italy è un laboratorio professionale aperto, uno spazio in cui osservare con rigore cosa accade alla qualità del nostro pensiero quando l’AI entra nella pratica riflessiva. Chi desidera contribuire può partecipare alla ricerca collegandosi alla pagina Collaborative Research che contiene le istruzioni e i materiali illustrativi. 

Se il futuro del coaching si gioca sulla qualità della nostra riflessività, allora questa è una responsabilità che possiamo assumerci solo insieme. Il coaching è un processo relazionale fondato su intelligenza umana, dialogo e responsabilità interpretativa. Non si riduce a una tecnologia conversazionale. La qualità e l’efficacia del coaching continueranno a dipendere da una cosa sola: dalla nostra disponibilità a non delegare il lavoro più difficile, a interrogare il nostro modo di pensare mentre siamo in relazione. 

Foto di Maria Rita Fiasco: THE MESSAGE, KAWS (Bryan Donnelly), installazione nel cortile di Palazzo Strozzi 2025/2026.

Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

Maria Rita Fiasco
Author: Maria Rita Fiasco

Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

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