Il silenzio che lavora nel coaching

In una sessione di coaching arriva quasi sempre un momento di silenzio. Il coach ha posto una domanda, il coachee abbassa lo sguardo, cerca le parole. I secondi passano. 

Per chi è agli inizi della professione quel silenzio può diventare quasi insopportabile. Viene spontaneo riempirlo: con un’altra domanda, con una riformulazione, con un suggerimento. 

Con l’esperienza si impara invece che proprio lì può accadere qualcosa di importante. Nel coaching il silenzio non è assenza di dialogo, ma ne è una forma. 

Con il tempo si scopre anche che non tutti i silenzi sono uguali. C’è il silenzio della riflessione, quando il pensiero sta prendendo forma. C’è il silenzio emotivo, quando qualcosa tocca un punto sensibile. C’è anche il silenzio della resistenza, quando la domanda apre uno spazio che il coachee non è ancora pronto a riconoscere. Accorgersi e avvertirequeste differenze è parte della competenza professionale del coach.

Uno spazio-tempo di possibilità

Qualche settimana fa, grazie a un post dell’amica e imprenditrice Jlenia Ermacora, mi sono imbattuta in un articolo del facilitatore giapponese Yuko Gendo dedicato al concetto di ma 

Nella cultura giapponese il ma indica l’intervallo tra due elementi – tra due note musicali, tra due gesti, tra due parole – uno spazio-tempo di possibilità in cui qualcosa può emergere. L’ho letto in un momento curioso, è stato quasi un piccolo caso di entanglement. Negli stessi giorni, dopo una sessione particolarmente significativa, stavo riflettendo proprio sul ruolo del silenzio nella conversazione di coaching.  

Nel coaching, quel tempo sospeso tra una domanda e una risposta non è un vuoto da colmare. È invece proprio uno spazio in cui il pensiero può prendere forma, le emozioni si organizzano e il coachee può ascoltare qualcosa che prima non era ancora chiaro. È un momento delicato, ma è anche una competenza professionale. 

Viviamo in un’epoca in cui le tecnologie conversazionali come l’AI generativa sono progettate per ridurre le pause, accelerare gli scambi, rendere il dialogo sempre più fluido, più performante. Il silenzio, in questo contesto, appare quasi come un’anomalia. Eppure proprio quel tempo sospeso tra una domanda e una risposta è spesso il luogo in cui il pensiero cambia direzione. 

 Il coaching ci ricorda che non tutto ciò che è significativo accade mentre si parla. Viene spesso descritto come l’arte della domanda, con il tempo si scopre che è anche l’arte del silenzio.

Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

Rielaborazione della foto di Maria Rita Fiasco: La Musa di Constantin Brâncuși. Mostra alla Fondazione Beyeler di Basilea, 2011.

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Author: Maria Rita Fiasco

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