C’è stato un tempo in cui la carriera si immaginava come una linea retta e verticale: si entrava in azienda, si saliva un gradino dopo l’altro, si raggiungeva un apice e si aspettava la pensione. Questo modello è oggi tramontato.
Viviamo nell’era delle carriere “a reticolo” (career lattice), che diventano percorsi dinamici e ramificati all’interno di un sistema di possibilità. E con questa libertà (e complessità) emergono nuove domande: “Perché, pur essendo competente, non mi sento realizzato?”, “Cosa cerco davvero nel mio lavoro?”.
Il career coaching non è più solo uno strumento per chi cerca il primo impiego o per manager in uscita da un’azienda. Diventa un aiuto strategico per chiunque si trovi ad affrontare una transizione professionale, che essa sia dettata dal mercato o da un bisogno interiore di cambiamento. E, soprattutto, non è (più) solo una questione di avere un bel curriculum o un profilo LinkedIn curato.
La sfida silenziosa: il career plateau
Uno dei fenomeni più diffusi è il career plateau: la fase in cui la probabilità di ulteriore promozione è molto bassa. Circa il 74% dei dipendenti attraversa questa stagnazione. Il plateau può essere strutturale (organizzazione piatta) o personale (quando si smette di imparare, si perde motivazione). Da un lato, si rischia che l’azienda perda innovazione; dall’altro, che la persona viva frustrazione, ansia e calo di autostima.
La nuova frontiera: un mercato del lavoro liquido e spietato
Oggi, alla sfida della stagnazione, si aggiunge un contesto esterno di complessità elevatissima. Il mercato del lavoro è diventato un ecosistema liquido, competitivo e, a tratti, spietato.
Da un lato, le nuove tecnologie hanno reso il processo di application più rapido, ma questa velocità è un’arma a doppio taglio e gli stessi algoritmi che permettono di candidarsi in massa, vengono utilizzati dai recruiter per filtrare e scartare in pochi secondi. Il risultato? Un processo che, da umano, è diventato impersonale e veloce.
Dall’altro lato, la parola layoff è entrata nel vocabolario comune con una frequenza allarmante. Ristrutturazioni, tagli, chiusure non sono più eventi eccezionali legati a crisi epocali, ma strumenti ordinari di gestione aziendale e così un numero crescente di professionisti si ritrova a casa dall’oggi al domani. Per loro, la ricollocazione diventa una salita complessa, fatta di attività di networking estenuanti, revisione continua del CV, distinzione delle reali opportunità dalle perdite di tempo e accettazione di tempi di risposta lunghissimi.
È una fotografia precisa del mercato del lavoro italiano di oggi fatto di disoccupazione giovanile, mismatch di competenze, forte declino demografico e una sfida generazionale per i senior, per i quali l’esperienza non basta più senza aggiornamento sulle nuove tecnologie.
Dalla crescita verticale alla ricerca di senso
In questo scenario, la sfida è duplice: sopravvivere in un mercato che cambia e, allo stesso tempo, trovare un senso in ciò che si fa.
Le aziende non sono più solo luoghi di lavoro: sono ecosistemi che, per trattenerci, devono rispecchiare i nostri valori. Il vero motore della transizione professionale diventa quindi la ricerca di allineamento tra ciò che siamo (i nostri valori, i nostri talenti) e ciò che facciamo.
In tale ottica, il lavoro del coach è spesso quello di aiutare la persona a guardare le proprie risorse e definire un obiettivo autentico per sé, passando dalla domanda “Che titolo voglio ottenere?” ad altre più profonde come: “In che contesto mi sento davvero vitale? Quali valori devono essere presenti nel mio futuro lavoro perché io mi senta realizzato?”
Una volta ritrovata questa chiarezza valoriale, il lavoro del coach si struttura in tre aree di intervento, fondamentali per trasformare la consapevolezza in azione:
- Diagnosi del plateau e del contesto: aiutare il coachee a individuare la causa della stagnazione, se è dovuta da fattori esterni (struttura aziendale, mercato difficile) o interni (mancanza di motivazione, paure).
- Navigare la ricollocazione e l’upskilling: non solo revisione del CV o del profilo LinkedIn, ma un supporto emotivo e strategico per affrontare la durezza del mercato: gestire i rifiuti, mantenere alta la motivazione, costruire reti di relazioni e lavorare sull’upskilling.
- Progettazione di nuove traiettorie: una volta chiari i valori, si esplorano le opzioni. Non solo promozioni, ma lateral moves, cambiamenti di settore, o la possibilità di mettersi in proprio. In quest’ultimo caso, il coaching aiuta a trasformare le competenze in un’offerta di servizi, costruendo un progetto imprenditoriale personale.
Costruire una strada nuova
La transizione è un lavoro su di sé, fatto di consapevolezza, resilienza e visione. Implica riprendere in mano la propria storia professionale e il career coaching offre lo spazio e gli strumenti per farlo. Perché la vera crescita, oggi, non sta solo nel salire, ma nell’allineare la direzione con la propria essenza e nel trovare il coraggio di costruire, a volte, una strada tutta nuova.
Alice D’Alessio, Coach e Emotional intelligence practitioner (ICF – NPL)









