Per iniziare con consapevolezza questo 2026 e attivare un vero cambiamento nella nostra vita, che «non nasce dall’entusiasmo del primo giorno, ma dalla coerenza dei giorni successivi», come scrive la psicologa Laura Fatrizio nel suo articolo Il problema non sei tu, ma i tuoi buoni propositi, ci facciamo aiutare dalla guida di Filippo Mittino Scrivere per emozioni (Interlinea, 2023).
Mittino, psicologo e psicoterapeuta, ritiene che «scrivere ci serve per capire chi siamo veramente»: trasformare in parole ciò che viviamo è fondamentale per riordinare i pensieri, dare un senso a ciò che facciamo e proviamo. Nel suo libro propone dei piccoli esercizi di scrittura, ciascuno legato a un’emozione, utile per prenderne le distanze e comprenderla in modo profondo.
Nell’articolo precedente avevamo esplorato l’emozione della rabbia, oggi vi proponiamo la speranza, come buon augurio per un anno ricco di obiettivi da raggiungere.
Speranza

Era stata una settimana prima, con la zia, da un occhialaio di via Roma. Là, in quel negozio elegante, pieno di tavoli lucidi e con un riflesso verde, meraviglioso, che pioveva da una tenda, il dottore le aveva misurato la vista, facendole leggere più volte, attraverso certe lenti che poi cambiava, intere colonne di lettere dell’alfabeto, stampate su un cartello, alcune grosse come scatole, altre piccolissime come spilli. «Questa povera figlia è quasi cecata», aveva detto poi, con una specie di commiserazione, alla zia: «non si deve più togliere le lenti». E subito, mentre Eugenia, seduta su uno sgabello, e tutta trepidante, aspettava, le aveva applicato sugli occhi un altro paio di lenti col filo di metallo bianco, e le aveva detto: «Ora guarda nella strada». Eugenia si era alzata in piedi, con le gambe che le tremavano per l’emozione, e non aveva potuto reprimere un piccolo grido di gioia.
Anna Maria Ortese
Eugenia ci fa entrare nel tema della speranza: non possiamo che metterci nei panni di questa bambina che fino a quel giorno non aveva visto quasi nulla del mondo attorno a lei e si era poi trovata improvvisamente al suo cospetto grazie alle lenti degli occhiali.
La speranza è un’emozione che siamo abituati a nominare con molti modi di dire e anche in parole di conforto per chi ci sta accanto. È così di uso comune che sembra qualcosa di semplice da raggiungere, ma in realtà è un’emozione molto complessa da sperimentare.
La speranza è la capacità che noi abbiamo di guardare al futuro, cioè quella possibilità di riuscire a immaginare nuovi piani di vita. Possiamo dire che è un’emozione e quando la sperimentiamo ci fa da guida nella nostra crescita personale. Nel momento in cui iniziamo a sperare è come se cercassimo una sorta di riscatto dal passato e dal presente; ed è per questo che spesso è associata allo scorgere uno spiraglio di luce. Se ci pensiamo, è la stessa cosa che capita a Eugenia nel momento in cui nel bel mezzo del buio della miopia ritrova la luce della città che la circonda vista nitidamente.
È anche un’emozione che si esprime nel massimo della sua forma all’interno del dialogo con l’altro. Tutti noi riusciamo a sopravvivere alle prime giornate di vita, nel momento in cui veniamo al mondo, grazie all’accensione d’anima che cogliamo negli occhi dell’adulto che si sta prendendo cura di noi. Quell’accensione d’anima è la speranza dell’adulto di vedere il figlio crescere per andare sereno nel mondo. Franco Fornari ci dice inoltre che è importante riorganizzare la speranza: significa, nel momento in cui stiamo passando un periodo complicato, scorgere negli occhi dell’altro quell’accensione d’anima che ci portiamo dentro da quando siamo piccoli per poter da lì partire a pensare un futuro migliore. È come se l’altro in qualche modo dovesse credere più di noi nella possibilità di intraprendere un nuovo piano di vita.
Stiamo scoprendo che la speranza è fondamentale per poter affrontare le nostre giornate fatte di difficoltà e soddisfazioni; per questo è necessario averla come ingrediente all’interno della scrittura delle emozioni. Inserire questa emozione nelle nostre parole significa trasformare a tutti gli effetti la scrittura in un laboratorio per sperimentare e progettare la vita. La scrittura di sé diventa così anche il modo per educarci a sperare.
Il modo migliore per esercitarci a raccontare la speranza potrebbe essere quello di prendere l’abitudine di scrivere un particolare tipo di poesia: l’haiku. Questo genere di componimento nasce in Giappone nell’antichità e ancora oggi è usato come modo per dare voce alle emozioni e riordinare i pensieri. Quasi tutti i giapponesi, senza essere poeti, compongono haiku.
Le regole per scrivere sono semplici: tre versi; lo schema sillabico deve rispettare la sequenza 5-7-5; l’ultimo verso deve ribaltare la scena dei due precedenti e quindi dare speranza. Ecco un esempio:
Il suo volto
Una gabbia nascosta
Sorriso dolce
Estratto da Filippo Mittino, Scrivere per emozioni. Una guida per raccontarsi, con una nota di Antonio Ferarra, Interlinea, Novara 2023, pp. 65-67.
Filippo Mittino è psicologo e psicoterapeuta. Svolge attività clinica con bambini e adolescenti. Conduce laboratori di scrittura per emozioni con ragazzi e adulti, conduce attività di ricerca nell’ambito della psicologia applicata alla narrazione. Inoltre, in ambito scolastico e educativo si occupa di sportelli d’ascolto, di progetti d’orientamento e educazione relazionale affettiva, progetta e realizza attività di formazione per insegnanti, genitori e educatori.










