«Nel lavoro do sempre il massimo»: è una frase che emerge spesso nei percorsi di coaching con persone che hanno grandi responsabilità. Dietro queste parole ci sono qualità preziose: dedizione, senso del dovere, desiderio di fare bene e di essere un punto di riferimento per gli altri. Ma cosa accade quando il “dare il massimo” diventa una modalità costante? Quando ogni situazione viene vissuta come urgente e ogni progetto richiede sempre il livello più alto di energia?
In un percorso di coaching con un professionista abituato a lavorare con grande impegno e ad assumersi ogni responsabilità si è delineato proprio questo tema: la difficoltà di distinguere tra i momenti in cui è necessario attivare tutte le proprie risorse e quelli in cui è possibile rallentare, recuperare e ricalibrare.
La percezione iniziale del coachee era quella di essere circondato da persone con poca iniziativa, con un livello di coinvolgimento inferiore al proprio, quasi come se il confronto fosse sempre tra chi “dà tutto” e chi invece si accontenta. Ma, attraverso il dialogo e la riflessione, è affiorata una domanda diversa: e se il problema non fosse la capacità di impegnarsi, ma il fatto di vivere continuamente in una condizione di massima intensità?
La trappola della modalità “picco permanente”
Molte persone orientate alla performance sviluppano una grande capacità di spinta. Sono quelle persone che sanno affrontare situazioni complesse, assumersi responsabilità e mantenere alta l’attenzione anche sotto pressione. Ma questa stessa risorsa può trasformarsi in un automatismo. Il rischio è confondere:
- l’impegno con l’iper-attivazione,
- l’eccellenza con il perfezionismo,
- la responsabilità con la necessità di essere sempre al massimo.
Come accade in molti sistemi complessi, anche le persone hanno bisogno di ritmo: momenti di accelerazione e momenti di recupero, fasi di espansione e fasi di consolidamento. La sostenibilità non nasce dal fare sempre di più, ma dalla capacità di scegliere dove investire davvero le proprie energie.
Fermarsi non significa rallentare, significa osservare
Una delle competenze meno riconosciute nella leadership è proprio la capacità di fermarsi, che non significa perdere tempo, ma creare uno spazio di osservazione prima dell’azione.
Un leader efficace non è solo colui che sa intervenire rapidamente, prendere decisioni e raggiungere obiettivi. È anche colui che sa chiedersi: “Questa situazione richiede davvero tutta la mia energia?”, “Sto rispondendo a una reale necessità o a un mio automatismo?”, “Qual è il modo più sostenibile di affrontare questa fase?” La pausa diventa quindi uno strumento di consapevolezza, non un segnale di debolezza.
Il coaching come spazio di pensiero
Durante una delle nostre sessioni, il coachee ha condiviso una riflessione che trovo particolarmente significativa: «Il coaching è uno spazio con logiche e regole diverse dal quotidiano». Credo che questa frase racchiuda uno degli elementi più preziosi del nostro lavoro.
Nel quotidiano siamo spesso immersi nel fare: rispondere, decidere, risolvere problemi, gestire aspettative. Nel coaching si crea uno spazio diverso. Uno spazio in cui non è necessario avere subito una risposta né dimostrare competenza, ma in cui è possibile fermarsi, osservare i propri schemi da una prospettiva nuova, ampliare le possibilità e fare scelte più consapevoli. È proprio questa distanza dal ritmo abituale che rende possibile un cambiamento di prospettiva.
La leadership del futuro richiede anche capacità di autoregolazione
In contesti sempre più complessi e mutevoli, la leadership non può basarsi soltanto sulla capacità di fare, decidere e raggiungere risultati. Richiede anche consapevolezza di sé, la capacità di riconoscere i propri livelli di energia, di modulare l’intensità, di distinguere quando è necessario spingere e quando invece è il momento di recuperare.
Forse una delle competenze più importanti del leader oggi non è solo sapere quando accelerare. È sapere quando fermarsi abbastanza a lungo da vedere nuove possibilità. Perché spesso il cambiamento non nasce dal fare di più. Nasce dal comprendere dove vale davvero la pena investire la propria energia.
Chiara De Leonardis, Business e Medical coach









