Quando il coach rischia di ostacolare proprio ciò che desidera facilitare
Uno degli aspetti più affascinanti del coaching è che il valore della sessione raramente dipende dalle conoscenze del coach. Dipende, piuttosto, da quanto lui stesso riesce a non interferire.
Può sembrare controintuitivo, ma dopo anni di formazione, esperienze, mentoring e supervisione, il rischio per il coach non è certo non avere strumenti, ma di usarli troppo presto. Molti degli ostacoli che incontriamo in sessione non nascono infatti da incompetenza, ma da una buona intenzione portata all’eccesso: il desiderio di aiutare, accelerare, essere utili.
Le trappole che conosciamo bene (e che ci aspettano dietro l’angolo)
Chiunque abbia praticato coaching per un po’ di tempo sa che queste trappole non riguardano soltanto i coach alle prime armi. Riguardano tutti noi. Anzi, alcune diventano più insidiose proprio con l’esperienza. Dopo aver visto decine e decine di situazioni simili, il rischio di pensare “ho già capito dove stiamo andando” aumenta.
Ogni coach professionista sa bene che il proprio ruolo non è dare consigli, risolvere problemi o indicare la strada migliore: le competenze ICF sono molto chiare su questo punto. Eppure sarebbe ingenuo pensare che questo basti a renderci immuni. Perché ogni coach porta in sessione la propria esperienza, le intuizioni, i valori e il sincero desiderio di essere utile. Ed è proprio da questo desiderio che, a volte, nascono le trappole più comuni. Vediamone alcune…
La fretta di arrivare
Una delle più frequenti è la fretta. Il cliente porta un tema e il coach inizia subito a cercare una direzione, una soluzione. A volte vede il piano d’azione molto prima del cliente mentre quest’ultimo non ci è ancora arrivato. È un po’ come prenotare il taxi mentre l’altra persona sta ancora decidendo dove vuole andare.
Quando il coach accelera troppo, rischia di lavorare sulla prima formulazione del problema e non su quello reale. Non è raro che la vera domanda di coaching emerga soltanto dopo diversi minuti di esplorazione.
L’illusione di sapere dove andare
Succede qualcosa di curioso. Il cliente pronuncia tre frasi e nella mente del coach compare una scritta luminosa che individua il possibile argomento chiave: “Ah, certo. Il tema è il perfezionismo” oppure “Qui c’è chiaramente un problema di delega”.
Da lì le domande rischiano di diventare confermative piuttosto che esplorative. Non cercano ciò che il cliente sta scoprendo, ma ciò che il coach pensa di aver già capito. Quando la curiosità lascia spazio all’interpretazione, il coaching perde una parte della sua forza trasformativa.
Il consiglio travestito da domanda
Ogni coach ICF sa che non dovrebbe dare consigli. Lo ha studiato, praticato e probabilmente sentito ripetere molte volte. Eppure, durante una sessione, può comparire una vocina interiore: “Io una buona idea ce l’avrei…” Quella voce si ripresenterà spesso, ma la vera sfida non è sopprimerla quanto scegliere di non seguirla. Perché il rischio più insidioso non è il consiglio esplicito, ma quello travestito da domanda: “Hai mai pensato di…?” “Non potrebbe essere utile…?” “E se provassi a…?”
Formalmente sono domande, nella sostanza spesso il cliente sente l’odore del consiglio da molto lontano.
L’obiettivo poco chiaro
Molte sessioni faticano non perché manchino buone domande, ma perché non è stato individuato un obiettivo sufficientemente chiaro. Il cliente arriva con temi ampi: comunicazione, leadership, stress, relazioni. Se il coach non dedica il tempo necessario a definire cosa renderebbe utile quella specifica sessione, rischia di navigare senza bussola. La chiarezza dell’obiettivo non limita la conversazione, la rende più intenzionale.
Gli antidoti
Come evitare queste trappole? Più che una tecnica, serve una postura.
La prima parola chiave è fiducia: fiducia nelle risorse del cliente e nella sua capacità di trovare nuove prospettive.
La seconda è presenza: ascoltare senza preparare mentalmente la prossima domanda, accorgendosi delle proprie ipotesi e del desiderio di guidare.
La terza è consapevolezza: riconoscere che ogni coach porta in sessione la propria storia, i propri valori e le proprie convinzioni.
La domanda non è se influenziamo il processo. La domanda è se ci accorgiamo di quando eventualmente sta accadendo.
Allenare la postura del coach
Alcuni allenamenti possono essere particolarmente utili:
- registrare e riascoltare le proprie sessioni (quando possibile e con il consenso informato del cliente);
- ricorrere al mentoring e alla supervisione per esplorare le proprie dinamiche ricorrenti;
- chiedersi dopo ogni incontro: “In quale momento ho smesso di essere curioso?”;
- allenare il silenzio;
- tornare periodicamente allo studio delle competenze fondamentali del coaching.
Perché la crescita del coach non consiste sempre nell’aggiungere nuovi strumenti. Spesso consiste nel togliere ciò che si interpone tra il cliente e la sua capacità di vedere con maggiore chiarezza.
Una domanda per chiudere
La maturità professionale di un coach si misura anche dalla velocità con cui si accorge di essere caduto in una di queste trappole. Perché, prima o poi, ci cadiamo tutti. La differenza è che alcuni continuano a scavare. Altri si fermano, sorridono, escono dalla buca e tornano ad ascoltare.
La vera domanda, allora, non è: “Sto aiutando abbastanza?” Forse è: “In questo momento sto facilitando la scoperta del cliente o sto cercando di sostituirmi a lui?”
Andrea Farioli, Coach ICF PCC, Practitioner Coaching by Values









