Quando la paura si traveste da razionalità
Davanti a un’opportunità, un progetto nuovo, una candidatura, una conversazione importante da affrontare, spesso dentro di noi sentiamo una voce: “Non sei pronta”, “Meglio aspettare”, “Se fallisci, sarà peggio”. Quella voce non urla, non è chiassosa. Sussurra. Ma lo fa di continuo.
Ci sono momenti nella vita personale e professionale in cui la direzione appare chiara, l’obiettivo è desiderato e la motivazione presente. Eppure qualcosa si interrompe. Rimandiamo, evitiamo, scansiamo quell’azione che potrebbe permetterci di fare un salto di qualità. Non è mancanza di ambizione né scarsa disciplina: è un meccanismo più sottile e profondo, noto in psicologia come auto-sabotaggio interiore.
La sua forza sta nel sapersi camuffare. Non si presenta come impulso distruttivo, ma come prudenza e realismo. La voce è ponderata, quasi protettiva: suggerisce di aspettare, di prepararsi meglio, di non esporsi troppo. Proprio questa apparente razionalità la rende convincente. In realtà, ciò che sembra cautela è spesso una strategia inconsapevole per evitare di uscire dalla comfort zone e mettersi in discussione.
Comfort zone e percezione del rischio
Uno degli aspetti centrali dell’auto-sabotaggio riguarda il rischio percepito nell’abbandonare la comfort zone, che non è necessariamente uno spazio di benessere, ma di familiarità. È il territorio in cui conosciamo le dinamiche, le aspettative, il ruolo che occupiamo. Anche se non ci soddisfa pienamente, ci garantisce prevedibilità e controllo.
Uscirne significa entrare in una zona di apprendimento, ma anche di vulnerabilità: esporsi al giudizio, all’errore, alla possibilità di non essere immediatamente competenti. Dal punto di vista psicologico e neurobiologico, questa transizione viene registrata come un aumento del rischio. Il sistema nervoso, orientato alla stabilità, tende a privilegiare ciò che è noto rispetto a ciò che è evolutivo ma incerto. L’auto-sabotaggio diventa così una strategia di autoregolazione bloccante: meglio restare in un territorio conosciuto, anche se limitante, che attraversare l’ansia legata alla ridefinizione del proprio ruolo e della propria identità.
Proteggere l’autostima: il senso nascosto dell’auto-sabotaggio
La Self-Handicapping Theory di Berglas e Jones spiega come le persone possano creare ostacoli preventivi al proprio successo quando l’autostima viene percepita come fragile o minacciata. Non si tratta sempre di una stima di sé oggettivamente bassa, ma condizionata, legata alla performance e al giudizio esterno. Quando il valore personale dipende dal risultato, ogni situazione di valutazione diventa potenzialmente pericolosa: non è in gioco solo l’esito di un compito, ma la conferma delle proprie capacità.
In questo scenario, l’auto-sabotaggio assume una funzione protettiva sofisticata. Se procrastino o mi espongo solo parzialmente, costruisco una via di fuga psicologica. In caso di insuccesso potrò attribuire il risultato a fattori contingenti, evitando di concludere che “non valgo abbastanza”. Il fallimento non intaccherà il nucleo identitario perché non avrò messo in gioco tutta me stessa. Il legame è chiaro: quando il senso del valore personale è vulnerabile, si riduce l’esposizione al rischio di una valutazione piena. Meglio non tentare fino in fondo che rischiare una conferma delle proprie paure.
Il blocco dell’evoluzione e dell’apprendimento
Quando l’auto-sabotaggio diventa ricorrente, l’effetto più rilevante non è solo il mancato raggiungimento di un obiettivo, ma il blocco dell’apprendimento. Evitando l’esposizione non si ottiene il feedback, evitando il rischio ci si sottrae all’esperienza correttiva, evitando l’errore non si integrano nuove competenze.
Il sistema resta così ancorato a una rappresentazione statica di sé, impedendo l’aggiornamento delle proprie mappe interne. Poiché l’apprendimento richiede discontinuità e confronto con il limite, l’auto-sabotaggio finisce per cristallizzare l’identità invece di permetterne l’evoluzione. La sfida sta proprio qui: scegliere se proteggere un’immagine stabile o investire nella trasformazione che ogni vero apprendimento comporta.
Riconoscere i propri meccanismi di auto-sabotaggio è già un atto di consapevolezza. Significa interrompere l’automatismo e creare uno spazio di scelta tra impulso e azione. Ogni volta che restiamo nell’esperienza invece di evitarla, alleniamo il sistema alla crescita. È in quel margine di coraggio regolato che si costruisce un’identità più flessibile e, proprio per questo, più solida.









