La trappola del “non ho tempo”
Al termine dei percorsi di coaching, i miei clienti mi dicono spesso la stessa frase: «La parte che ho apprezzato di più è stata fermarmi finalmente a riflettere». Sembra un paradosso, ma in un mondo che chiede di correre sempre più velocemente, il vero vantaggio competitivo non sta nel fare di più, ma nel capire meglio cosa stiamo facendo. Vi siete mai chiesti perché, pur lavorando tantissimo, a volte si ha la sensazione di non avanzare davvero?
Oggi lavoriamo incalzanti da ritmi accelerati e interruzioni costanti, immersi in quello che il filosofo Donald Schön chiamava «razionalità tecnica»: un modello che spinge a vedere l’azione come pura esecuzione di compiti, dove fermarsi a pensare viene percepito come una perdita di tempo o un lusso che non possiamo permetterci. Il risultato? Siamo sempre più occupati e sempre meno consapevoli di dove stiamo andando.
Cosa dice la ricerca
Le neuroscienze ci mostrano che le pause di riflessione attivano il Default Mode Network, la rete neurale che consolida l’apprendimento, elabora le emozioni e genera intuizioni profonde. Non sono momenti vuoti: sono il laboratorio invisibile del pensiero. Schön aggiunge che solo riflettendo facciamo emergere il nostro «sapere tacito» – quelle intuizioni automatiche che guidano il nostro agire – e possiamo correggerlo prima che ci porti fuori rotta. La ricerca dimostra inoltre che i leader riflessivi sviluppano maggiore autoconsapevolezza e ottengono risultati migliori in termini di decision-making, gestione dei conflitti e prevenzione del burnout. Senza questo passaggio, ripetiamo gli stessi errori con crescente efficienza. La distinzione cruciale è tra essere occupati ed essere efficaci.
C’è però un ostacolo sottile che spesso blocca anche le persone più motivate: la paura della noia. Lo psicologo Raffaele Morelli ci ricorda che non è utile combatterla direttamente. Al contrario, permettersi di viverla – riconoscendone la funzione trasformativa – apre la strada a una maggiore consapevolezza di sé e a nuove direzioni di azione. La noia non è il problema: è il segnale che la riflessione sta iniziando a fare il suo lavoro.
Tre azioni per iniziare (senza annoiarsi)
- Cambia setting. Non riflettere alla scrivania. Un bar, una camminata: un contesto informale facilita pensieri nuovi e rende la pratica molto più piacevole e sostenibile nel tempo.
- Usa il framework “What? So what? Now what?”. Cosa è successo? Cosa ho imparato? Cosa farò di diverso? Tre domande semplici per trasformare ogni esperienza – anche quelle difficili – in apprendimento reale, evitando di rimuginare senza concludere nulla.
- Pratica lo Stop-and-Think. Quando una situazione ti sorprende o ti porta alla frustazione, fermati un minuto e chiediti: «Cosa mi sta sfuggendo in questo momento?» È riflessione nell’azione, non dopo: il modo più potente per imparare mentre le cose accadono.
Una questione di direzione, non di velocità
Negli ultimi anni ho osservato le dinamiche di molti team, notando una correlazione ricorrente: i gruppi più resilienti e innovativi non sono quelli che lavorano di più, ma quelli che si fermano più spesso a chiedersi come stanno lavorando. Un leader che riflette non rallenta: modella una cultura in cui il pensiero ha valore, in cui si impara dagli errori invece di nasconderli, e in cui la velocità è uno strumento – non un fine. È una questione che mi ha fatto riflettere a lungo, e che continuo a esplorare con ogni cliente.
Vi lascio riflettere con queste domande
- Quante volte nell’ultima settimana vi siete davvero fermati a riflettere su ciò che state vivendo professionalmente?
- C’è una situazione recente dalla quale potreste ancora imparare qualcosa?
- Quale dei tre approcci potreste provare già da domani?









