La trappola dell’extra-pensiero
Pensare è una delle capacità più preziose dell’essere umano. La parte del nostro cervello più recente ed evoluta è la corteccia prefrontale che si occupa di farci riflettere, di analizzare, di decidere, dunque di pensare. Cartesio sosteneva che la capacità di pensare è ciò che genera la consapevolezza stessa dell’esistere, concetto sintetizzato nella nota formula latina «Cogito ergo sum».
Il pensiero infatti ci permette di pianificare, prendere decisioni, imparare dall’esperienza e persino di immaginare il futuro. Eppure, esiste una sottile linea oltre la quale il pensiero smette di essere uno strumento utile e diventa una trappola. È qui che entra in gioco l’extra-pensiero: la tendenza a rimuginare eccessivamente sul passato, ad anticipare scenari catastrofici futuri o a restare bloccati in cicli infiniti di dubbio e analisi.
L’illusione del controllo
Apparentemente questa attività potrebbe essere assimilata al problem solving, ma nella maggior parte dei casi produce l’effetto opposto: proviamo ansia, confusione e una sensazione paralizzante di immobilità.
Se ci soffermiamo a riflettere riusciamo a riconoscere uno schema ricorrente: si ripensa a una conversazione cercando di capire cosa si sarebbe potuto dire meglio, si analizza una scelta fino allo sfinimento per paura di sbagliare, oppure si immagina il peggio come se fosse l’esito più probabile.
Il paradosso è che tutto questo “pensare” dà l’illusione di avere il controllo, mentre in realtà via via genera proprio l’effetto contrario. Questo perché il rimuginio non è segno di intelligenza o di profondità emotiva, ma spesso è una risposta automatica allo stress, all’incertezza e al bisogno di sicurezza e di tenere tutto sotto controllo.
Quando ci troviamo di fronte alla percezione di un divario significativo tra ciò che ci aspettiamo da noi stessi, dagli altri o dalla vita in generale e ciò che effettivamente accade, aumenta la probabilità di cadere in schemi di rimuginio: quell’insieme di pensieri sopra pensieri che a volte ci affatica e drena le nostre energie.
Se ci aspettiamo, per esempio, di essere sempre sicuri, performanti, all’altezza, ogni errore o imprevisto viene vissuto come una minaccia. Il rimuginio diventa allora un tentativo – inefficace – di colmare quel divario, attraverso l’analisi continua.
Cinque passi per cambiare prospettiva
Il punto fondamentale che osservo, quando lavoro con le persone durante i percorsi di coaching, è che non si tratta di “smettere di pensare”, ma di cambiare il modo in cui ci relazioniamo ai nostri pensieri. Il rimuginio non è un tratto fisso della personalità come a volte ci capita di pensare – “Sono fatto così” – bensì è un’abitudine mentale poco efficace, che può essere riconosciuta e modificata.
- Un primo passo consiste nel riconoscere il rimuginio per quello che è. Spesso siamo così immersi nei nostri pensieri da non renderci conto che stiamo elaborando extra-pensieri. Dare un nome al processo che stiamo mettendo in atto è già un modo per creare una distanza e interrompere l’automatismo.
- Un altro passaggio riguarda lo spostamento dell’attenzione, portare il nostro focus da un’altra parte: dalla testa al corpo, all’ambiente che ci circonda, a un’azione concreta. Questo aiuta a uscire dal loop mentale e a ritrovare una connessione diversa con sé e con l’ambiente in cui siamo, rendendo più ampia la nostra prospettiva.
- Un ulteriore elemento chiave è imparare a distinguere tra pensieri utili e pensieri inutili perché non tutti meritano lo stesso livello di attenzione. Durante i percorsi di coaching spesso le persone sottolineano l’efficacia di porsi questa domanda che invece può fare una grande differenza: «Questo pensiero mi sta aiutando o mi sta bloccando? Mi è utile adesso?»
- Il passo successivo è ridurre l’autocritica: quel dialogo interno severo e giudicante che alimenta il rimuginio e abbassa il tono dell’umore. Coltivare un atteggiamento più benevolo verso se stessi aiuta invece a interrompere il circolo vizioso.
- Infine il rimuginio prospera nella stasi; l’azione, anche quando imperfetta, è uno dei suoi antidoti più efficaci. Prendere una decisione, fare un piccolo passo, accettare un certo grado di incertezza permette di recuperare un senso di autoefficacia e di calma.
Non sono necessari cambiamenti radicali, ma si possono applicare questi passi con maggiore consapevolezza nella vita quotidiana per prendersi cura di se stessi: la chiarezza e la calma non nascono dal pensare di più, ma dal pensare meglio.









