Di recente mi è capitato tra le mani Il taccuino di Sherlock Holmes scritto da Arthur Conan Doyle: una raccolta di racconti che segna il definitivo ritiro dalle scene dell’investigatore di Baker Street.
Forse chi non è appassionato di gialli e del detective più famoso al mondo, non sa che il suo autore era di formazione un dottore e aveva esercitato la professione prima come medico di bordo su una baleniera in giro per il mondo e poi in un piccolo ambulatorio di Londra. Conan Doyle si era ispirato al suo professore universitario dottor Bell, probabilmente altrettanto capace di osservare e connettere particolari in apparenza insignificanti, grazie ai quali poter ricostruire il quadro di eventi irrisolvibili per i più.
Dietro le avventure investigative di Sherlock Holmes si nasconde una lezione preziosa anche per il coaching: l’importanza della capacità di sospendere il giudizio e mettere in discussione le proprie convinzioni non sempre utili, del dubbio di fronte alle certezze che il nostro cervello ci propone in automatico, come primo facile riferimento.
Il coaching come strumento per ampliare il punto di vista
Quando viviamo una situazione difficile, tendiamo a interpretarla attraverso filtri automatici: pensiamo di sapere quali siano le intenzioni degli altri, attribuiamo significati a comportamenti e parole, costruiamo rapidamente ipotesi che finiscono per trasformarsi in convinzioni. In altre parole, scambiamo le nostre interpretazioni per fatti. Il coach, attraverso domande, ascolto e riflessione guidata, aiuta la persona a esplorare interpretazioni alternative e a prendere in considerazione elementi che fino a quel momento erano rimasti sullo sfondo.
Il “metodo Sherlock”
Il “metodo Sherlock” offre allora spunti interessanti per prendere delle decisioni consapevoli:
- prima di tutto, occorre raccogliere informazioni. Holmes osserva, ascolta e presta attenzione ai dettagli. Analogamente, nel coaching si invita il coachee a distinguere ciò che realmente sa da ciò che sta semplicemente immaginando o supponendo. Quali sono i fatti? Quali le evidenze? Cosa è stato effettivamente detto o fatto?
- Il secondo passaggio consiste nel fare domande. Non per confermare le proprie convinzioni, ma per esplorarle criticamente. Le domande rappresentano uno degli strumenti più potenti del coaching perché permettono di portare alla luce aspetti che altrimenti resterebbero invisibili. Una domanda ben formulata può aprire prospettive completamente nuove.
- Un altro principio fondamentale consiste nel non arrivare troppo velocemente alle conclusioni. In uno dei racconti Holmes afferma: «Non spreco parole né svelo i miei pensieri quando un caso è ancora sotto esame». Dietro questa frase si cela una competenza particolarmente preziosa: la capacità di tollerare l’incertezza. L’incertezza è scomoda e il cervello tende a cercare rapidamente una risposta che riduca il disagio. Tuttavia, una conclusione affrettata rischia di chiudere prematuramente possibilità che potrebbero rivelarsi molto più utili. Nel coaching si lavora spesso proprio sulla capacità di restare temporaneamente nel dubbio. Non come segno di indecisione, ma come spazio di esplorazione. Il dubbio diventa uno strumento che consente di mantenere aperte più ipotesi fino a quando non emergono elementi sufficienti per valutarle.
- Un’altra affermazione di Holmes è particolarmente significativa: «Ci facciamo idee provvisorie e aspettiamo il tempo o la completa conoscenza per screditarle». Può essere letta come un richiamo a una delle competenze più importanti per chi desidera affrontare efficacemente le sfide complesse: considerare le proprie convinzioni come ipotesi e non come verità assolute. Nel coaching si invita frequentemente il coachee a chiedersi: “Quale altra spiegazione potrebbe esistere?” oppure “Cosa potrebbe vedere una persona esterna che io non sto vedendo?” Sono domande semplici, ma estremamente potenti, perché aiutano a rompere la rigidità delle interpretazioni iniziali.
Fare spazio a nuove prospettive verificando le ipotesi
Quando una persona riesce a osservare una situazione da prospettive differenti, spesso accade qualcosa di sorprendente: il problema non scompare, ma cambia forma. Quello che sembrava un vicolo cieco diventa un bivio. Quello che appariva come un ostacolo insormontabile si trasforma in una sfida affrontabile. Nuove opzioni diventano visibili e nuove possibilità di azione riescono a trovare spazio.
Naturalmente esiste anche il rischio opposto. Lo stesso Holmes osserva che «una mente molto attiva può generare continuamente spiegazioni alternative, trasformando una pista corretta in una falsa». Per questo il coaching non si limita ad aprire prospettive, ma aiuta anche a verificare le ipotesi attraverso i fatti e la sperimentazione di nuove azioni e comportamenti nella vita quotidiana.
Valorizzare il dubbio
Siamo sempre incalzati a dare e ricevere risposte immediate, opinioni rapide e giudizi istantanei e il dubbio rischia di essere considerato una debolezza. Eppure, esso rappresenta spesso il primo passo verso una riflessione e una comprensione più profonde della realtà.
Il coaching aiuta a rallentare il processo automatico che conduce alle conclusioni, a distinguere i fatti dalle interpretazioni e a esplorare punti di vista alternativi. Perché, come insegna Sherlock Holmes, la soluzione di un caso raramente emerge alla prima impressione.
Allo stesso modo, molte delle situazioni che percepiamo come complicate trovano nuove possibilità di sviluppo quando impariamo a guardarle da prospettive diverse. E spesso il cambiamento più importante non riguarda la situazione che stiamo vivendo, ma il modo in cui scegliamo di osservarla.









