È tutta la mia storia?

Esperienza, identità e narrazione nel coaching 

«Io sono sempre stata una persona che…» Quante volte iniziamo così una frase? 

Io sono sempre stata una persona che non riesce a dire di no. Io sono sempre stato uno che si mette in discussione. Io non sono mai stata brava a prendere decisioni. Io nelle relazioni faccio sempre lo stesso errore. 

Lo diciamo quasi senza pensarci, come se stessimo semplicemente descrivendo noi stessi. Eppure, a volte, dietro quel «io sono fatto così» c’è una storia. Una storia che abbiamo costruito nel tempo mettendo insieme esperienze, ricordi, episodi, parole che qualcuno ci ha detto, successi e fallimenti. Una storia che, a un certo punto, ha iniziato a sembrarci così familiare da diventare una spiegazione a tutto. Non raccontiamo soltanto ciò che ci è accaduto, ma lo interpretiamo e quella narrazione può accompagnarci per anni.

Confondere un’interpretazione con i fatti

Ricordo una conversazione avuta durante una sessione di coaching. La persona che avevo davanti stava raccontando alcuni tentativi che nel tempo non erano andati come avrebbe voluto: progetti iniziati e poi lasciati a metà, decisioni rimandate, occasioni che aveva lasciato passare. A un certo punto, quasi come se stesse pronunciando una frase familiare, disse: «Io non sono capace di portare avanti le cose». 

Mi colpì quel “io”. Non stava inventando nulla, gli episodi che raccontava erano reali. C’erano davvero state esperienze che non aveva portato a termine. Ma quella frase testimoniava che era successo qualcosa. Da «alcune cose non sono andate come speravo» si era passati a «io sono una persona che non porta a termine le cose». Una serie di esperienze era diventata una caratteristica personale. E allora abbiamo iniziato a guardare quella considerazione da vicino. 

Da quanto tempo si raccontava in quel modo? Quali episodi sostenevano quella versione? E ce n’erano altri che, invece, quella storia lasciava fuori? Non cercavamo di dimostrare che si sbagliava. La domanda era un’altra: era tutta la sua storia? Perché quando una frase come quella smette di descrivere soltanto ciò che è accaduto e comincia a dirci chi siamo, può iniziare anche a orientare ciò che ci aspettiamo dal futuro. Un nuovo progetto può diventare una prova da superare. Una difficoltà può sembrare la conferma di ciò che già pensiamo di noi. Un’esitazione può essere letta come l’ennesima dimostrazione che quella storia è vera. E così, quasi senza accorgercene, la narrazione con cui abbiamo dato senso al passato può cominciare a limitare le possibilità del futuro.  

L’esperienza e la storia che ne facciamo

Non esiste, naturalmente, una separazione netta tra ciò che viviamo e il significato che gli attribuiamo. Le esperienze ci cambiano, ci insegnano, lasciano tracce. Ma tra un’esperienza e la storia che raccontiamo di noi c’è uno spazio fatto di interpretazioni, selezioni, collegamenti, significati. Possiamo vivere un fallimento e leggerlo come la prova della nostra inadeguatezza. Oppure possiamo raccontarlo come un evento che ci ha mostrato qualcosa che prima non vedevamo. Il fatto non cambia, cambia il posto che esso occupa nella nostra storia. 

E questo non significa negare ciò che è successo o sostituire una narrazione negativa con una positiva. Non si tratta di raccontarsi che è andato tutto bene quando non è così. Si tratta, piuttosto, di chiederci: è davvero questa l’unica interpretazione possibile di ciò che è accaduto? 

Quando la narrazione diventa una gabbia 

Una narrazione può aiutarci a dare continuità alla nostra esperienza, ci permette di riconoscerci nel tempo, di costruire un senso di identità, di comprendere chi siamo diventati, ma può anche diventare rigida. Succede quando smettiamo di considerarla un’interpretazione e iniziamo a trattarla come un dato di fatto. Io sono così. Io faccio sempre questo. Per me è sempre andata così. Non sono una persona capace di… 

A quel punto non ci raccontiamo più soltanto ciò che è stato, ma definiamo ciò che riteniamo possibile. E forse è proprio qui che il cambiamento diventa interessante. Perché cambiare significa a volte anche poterci descrivere in un modo diverso senza tradire ciò che abbiamo vissuto. 

Il coaching come spazio per riaprire la storia

Nel coaching non abbiamo bisogno di costruire una nuova storia al posto del coachee. Il lavoro può essere molto più sottile, possiamo tornare insieme alla storia che la persona si racconta e guardarla da vicino. 

  • Quando è iniziata? 
  • Quali esperienze l’hanno costruita? 
  • Ci sono altre caratteristiche che quella storia lascia fuori? 
  • Che cosa hai imparato da ciò che ha vissuto? 
  • E soprattutto: questa storia ti rappresenta ancora? 

Sono domande che non cancellano il passato. Lo rendono un po’ più esplorabile. Perché una persona può scoprire che quella che considerava una sua caratteristica immutabile era, almeno in parte, una risposta che aveva sviluppato in un determinato momento della propria vita. Può scoprire di avere già fatto cose che non coincidono con l’immagine che ha di sé. Può accorgersi che una storia che una volta l’ha aiutata a dare senso a ciò che viveva, oggi le sta diventando stretta. E allora può iniziare a chiedersi quale parte di quella interpretazione vuole ancora portare con sé. 

Non riscrivere il passato. Rileggerlo

Il coaching non offre una gomma con cui cancellare ciò che è stato, non serve a trasformare ogni esperienza difficile in una lezione positiva. Può però creare uno spazio nel quale una persona possa tornare a guardare la propria esperienza e accorgersi che il significato che le ha dato non è necessariamente l’unico possibile e che continuiamo a raccontarci attraverso parole che appartengono a una versione precedente di noi. 

A volte abbiamo bisogno di una storia più ampia dove possano stare anche le contraddizioni. Il fallimento e ciò che abbiamo imparato, la paura e il coraggio che abbiamo avuto, la parte di noi che ha resistito e quella che avrebbe voluto mollare, ciò che eravamo allora e ciò che siamo diventati nel frattempo.  

E allora, è tutta la mia storia?

Forse questa è una domanda che il coaching può aiutare a mantenere aperta per lasciare uno spazio tra ciò che è accaduto, il significato che gli abbiamo dato e ciò che possiamo ancora scegliere. Perché una storia personale non è soltanto un archivio del passato, è anche il modo attraverso cui guardiamo ciò che viene dopo. E forse il cambiamento, qualche volta, comincia proprio lì: nel momento in cui una persona si ferma davanti alla storia che ha raccontato di sé per molto tempo e per la prima volta si domanda: è tutta la mia storia?

Chiara De Leonardis, Business e Medical Coach

Chiara De Leonardis
Author: Chiara De Leonardis

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