Charlie Parker è stato uno dei musicisti più influenti del Novecento. In pochi anni è riuscito a innovare il linguaggio del jazz, dando origine a un nuovo genere: il Bebop.
Nasce a Kansas City nel 1920 e ha undici anni quando riceve il suo primo sassofono. Ancora non sa che quello strumento lo avrebbe portato a cambiare la storia della musica. Eppure fin da bambino suona per ore e ore. Anche quindici al giorno. Studia la musica jazz in maniera ossessiva e acquisisce presto una profonda conoscenza delle strutture, delle regole, delle armonie. Ma ciò che lo distingue davvero, in realtà, non è la disciplina, ma il coraggio di spingersi in maniera del tutto innovativa oltre lo standard.
Il coraggio di seguire una visione
Come spesso accade, quei suoni mai sentiti sono per alcuni troppo veloci, spigolosi e imprevedibili. Qualcuno li considera persino sbagliati. Charlie Parker, chiamato anche “Bird”, uccello, per la sua capacità di prendere il volo con la musica (anche se c’è chi sostiene che sia per la sua passione per le ali di pollo fritte), viene all’inizio frainteso ed escluso. Ma nonostante ciò continua a suonare e diventa in pochi anni il punto di riferimento del jazz americano dell’epoca.
Matura infatti fin da subito il coraggio di seguire qualcosa che sente vero, anche quando quel qualcosa non è ancora compreso. Il coraggio funziona proprio così. Non è l’assenza di paura, ma è una tensione viva tra ciò che conosciamo e l’ignoto. Tra ciò che riconosciamo familiare e ciò che ancora non sappiamo fare, ma che comunque sentiamo importante per noi. È quello spazio sospeso in cui avvertiamo il richiamo di qualcosa che conta, anche se non abbiamo ancora tutte le risorse per raggiungerlo.
L’improvvisazione come palestra di crescita
Anche se qualcuno è per natura più coraggioso di altri, il coraggio è una competenza che si può allenare. Lo sanno bene i jazzisti quando devono improvvisare. Un musicista infatti non improvvisa dal nulla. Parte sempre da una struttura, che sia una scala, una progressione armonica o un tempo condiviso. E a un certo punto trova il momento giusto per prendere lo slancio e uscire dalla ripetizione.
Se il musicista resta soltanto nella struttura, la musica è corretta ma resta prevedibile. Se azzarda un assolo senza tener conto del resto, manda tutto in fumo. La sfida sta proprio nel saper camminare sulla linea di confine tra la fiducia di ciò che si è studiato e la voglia di esplorare qualcosa di nuovo. Quando questo equilibrio funziona, il musicista entra nel flow: non è più lui a suonare, ma è la musica che lo attraversa.
La nascita del Bebop
Deve essere successo qualcosa del genere a Charlie Parker durante una sessione di improvvisazione su Cherokee, uno standard jazz composto da Ray Noble. Nel continuare a ripetere le solite strutture Bird si stanca delle armonie stereotipate e inizia a costruire qualcosa di nuovo. Capisce in quel momento che sta finalmente suonando ciò che aveva dentro di sé da tanto tempo. Ed è così che nasce il Bebop, un nuovo linguaggio jazz dal ritmo imprevedibile che diventa in poco tempo la colonna sonora dei giovani anticonformisti della Beat Generation. Sono gli anni in cui Jack Kerouac scrive La strada, che condivide con lo stile musicale controcorrente di Parker un ritmo sconnesso, difficile da seguire e fatto di pochi e veloci elementi.
Agli inizi degli anni cinquanta il sassofonista soprannominato “Bird” è a New York ed è considerato da tutti una figura leggendaria. Gli dedicano addirittura un locale, il Birdland, ancora oggi esistente e all’epoca situato a Broadway sulla cinquantaduesima strada, dove si riuniscono i più grandi artisti dell’epoca tra cui Gary Cooper, Marilyn Monroe, Frank Sinatra e Marlene Dietrich. Parker diviene in pochi anni una star con una vita fatta di luci e ombre. È infatti dipendente dall’eroina, il cui uso lo porta ad avere problemi con locali ed etichette discografiche. Gli verrà infatti vietato l’ingresso allo stesso Birdland per questioni di decoro e si racconta che durante una registrazione per la Dial Records nel 1946 il discografico Ross Russell a capo dell’etichetta volle che in cabina di regia fosse presente anche uno psichiatra. In ogni caso, nonostante i problemi causati dalla droga e la prematura morte a soli 35 anni, Parker riesce a diventare un’icona indiscussa del jazz. Entra nell’immaginario culturale occidentale anche grazie a biografie e pellicole a lui dedicate come il film Bird della regia di Clint Eastwood.
Superare i confini
«Ti insegnano che la musica può arrivare fino a un certo punto, ma guarda che l’arte non ha confini» ha affermato Parker raccontando con molta semplicità qual è stato il motivo del suo successo: studiare per imparare dove collocare quel confine. E poi, grazie al coraggio e all’allenamento costante, gettarlo ancora più in là per riprovare a superarlo.
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