“Resisti, cuore” di D’Avenia: destino, limite, amore e senso

Uno dei libri più intensi e di valore che ho letto quest’estate è Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere uomini di Alessandro D’Avenia. Un testo che non propone semplicemente una rilettura dell’Odissea, ma fa qualcosa di più ambizioso: utilizza il viaggio di Ulisse come una grande metafora della condizione umana e, attraverso di essa, ci interroga con una domanda che riguarda ciascuno: qual è il destino dell’uomo?

È una questione che può sembrare lontana dall’ambito del lavoro e delle organizzazioni contemporanee. Eppure, per chi si occupa di sviluppo delle persone, è forse una delle domande più concrete che si possano porre. Perché ogni percorso di crescita nasce dal confronto con ciò che siamo, con il nostro desiderio più autentico e con ciò che, inevitabilmente, ci limita.

Accettare il limite per diventare se stessi

Il punto di partenza di D’Avenia è che l’identità dell’uomo non può essere ridotta a ciò che riesce a fare, con i suoi talenti e attraverso le sue performance. Esiste una dimensione più profonda, nella quale entrano in gioco il limite, il desiderio, la relazione, la capacità di amare e la ricerca di senso. Ulisse potrebbe diventare un essere immortale restando con la bellissima Calipso e invece decide di partire per mare, come essere mortale e perciò limitato, e di rischiare la sua vita per tornare a Itaca. È così che l’uomo ascolta il suo cuore, piange, accoglie la sua vulnerabilità, ri-fonda le sue relazioni, incarna il senso della sua vita tornando a esistere in modo pieno.

Nella cultura organizzativa contemporanea il limite è spesso qualcosa da superare: una competenza da acquisire, una fragilità da correggere, una performance da migliorare. D’Avenia ci suggerisce invece una prospettiva diversa. Il limite è ciò che ci rende concretamente noi stessi. Perché essere umani significa essere finiti, vulnerabili, mortali. Significa non potere tutto, non sapere tutto, non controllare tutto. Ma proprio questa finitezza è la condizione attraverso cui prendiamo coscienza di ciò che conta davvero e di ciò che solo noi, attraverso questo limite, possiamo lasciar emergere e far fiorire a beneficio comune.

Questo è un passaggio prezioso per il coach. Accompagnare una persona non significa necessariamente aiutarla a diventare “più abile” o più “performante e veloce” (la deriva verso la quale anche la tecnologia ci sta spingendo…). Talvolta significa aiutarla a riconoscere con lucidità i propri limiti, a smettere di combattere contro ciò che non può cambiare e a scoprire, dentro quei confini, uno spazio possibile di libertà, facendo emergere la propria autentica essenza umana, unica e originale.

Scoprire la propria vocazione

È proprio qui che il tema del destino acquista un significato particolarmente interessante. Il destino, nella prospettiva suggerita da D’Avenia, non è un copione già scritto, al quale dobbiamo semplicemente adeguarci. È piuttosto la possibilità di manifestare pienamente ciò che siamo chiamati a essere, attraverso le circostanze concrete della nostra vita. Ulisse è l’uomo che parte, si perde, incontra ostacoli, conosce la tentazione di fermarsi e deve continuamente ritrovare la direzione. La sua meta non è soltanto un luogo: è il ritorno a casa, a ciò che lo costituisce.

Questa immagine può parlare molto anche al mondo organizzativo. Quante carriere vengono costruite sulla base di aspettative esterne, metriche di successo o modelli che rischiano di allontanare la persona da ciò che autenticamente è? Quanti giovani verranno assunti o scartati a monte perché un algoritmo ci dirà che non rispettano i parametri richiesti? Non è ben più importante e utile per ciascuno di noi e per qualsiasi organizzazione che voglia incidere positivamente nella costruzione di un mondo migliore, favorire le condizioni perché la persona possa incontrare la sua vocazione e incarnarla in modo originale proprio mentre lavora?

Imparare a prendersi cura dell’altro

C’è poi un ulteriore elemento che D’Avenia considera: il ruolo dell’amore. In un mondo professionale nel quale si parla moltissimo di engagement, leadership, talenti, motivazione e benessere, la parola “amore” può apparire persino fuori luogo. Eppure è difficile pensare a una vita umana dotata di senso, senza la capacità di amare.

L’amore, in questa prospettiva, non è sentimentalismo. È la capacità di riconoscere un valore al di fuori di sé, di uscire dalla logica dell’autosufficienza e dell’individualismo a tutti i costi, per prendersi cura. È ciò che trasforma una competenza in un contributo e una prestazione in un’opera personale per un beneficio comune. Anche nelle organizzazioni, una persona dà il meglio di sé non semplicemente quando “sa fare”, ma quando percepisce che ciò che fa ha un significato e che il proprio contributo è rivolto a qualcuno o a qualcosa che considera importante e che ha valore. Da questo punto di vista, il cuore del libro contiene una provocazione: possiamo davvero parlare di sviluppo delle persone se non ci interroghiamo sul significato che loro attribuiscono a ciò che fanno?

Esprimere il proprio talento

D’Avenia conduce infine verso un’idea di talento che merita di essere ripensata. Il talento non semplicemente come una dotazione da massimizzare, ma come autentico quando viene incarnato in una persona concreta, irripetibile. Questo significa che il senso della vita non può essere delegato a un modello universale di successo. Non esiste una sola maniera di essere eccellenti, di guidare, di lavorare, di prendersi cura, di amare. Ogni persona è chiamata a dare una forma unica a ciò che ha ricevuto, dentro i propri limiti e attraverso le proprie esperienze.

Per un coach e per un professionista questa può essere una delle intuizioni più feconde: non aiutare le persone a diventare una versione migliore di qualcun altro, ma a essere se stesse, dentro al contesto specifico in cui si trovano a vivere e lavorare.

Come vivere una vita feconda

In fondo, Resisti, cuore parla proprio di questo. Un viaggio nel quale il limite non è un ostacolo da eliminare, ma una condizione da abitare; il destino non è una fatalità, ma una chiamata; il successo non coincide con la prestazione, ma con la possibilità di dare una forma concreta personale e irripetibile attraverso il senso del proprio essere ed esistere.

E forse “ri-esistere” significa proprio questo: non cedere alla tentazione di vivere secondo una misura che non ci appartiene. Perché il destino dell’uomo, suggerisce D’Avenia, non è diventare invulnerabile, autosufficiente o perfetto. È imparare ad abitare il limite senza rinunciare al proprio desiderio autentico, lasciarsi trasformare dall’incontro con gli altri e arrivare, alla fine del viaggio, a poter dire di aver vissuto una vita feconda.

Emanuela Scarpone, Business Coach ICF

Emanuela Scarpone
Author: Emanuela Scarpone

"Business Coach ICF, Strategic Qualitative Research"

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