Quanto dura una vetta?

Una domanda inaspettata

Qualche tempo fa, durante una sessione di coaching, stavo parlando con una cliente dei suoi obiettivi. Era una persona fortemente orientata al risultato, abituata a porsi traguardi ambiziosi e a investire molte energie per raggiungerli. A un certo punto le feci una domanda: «Sai quanto rimane un alpinista in cima all’Everest?» Si bloccò. Non conosceva la risposta, ma credo avesse già intuito dove ci avrebbe portato quella domanda.

Pochi minuti. Anni di preparazione, allenamento, sacrifici. Settimane di spedizione. La fatica dell’avvicinamento, l’acclimatamento, la salita. Tutto per raggiungere un luogo nel quale si rimarrà per un tempo incredibilmente breve. La vidi scossa da quella considerazione. E rimanemmo per qualche istante in silenzio.

Quando la felicità è sulla prossima vetta

Quella conversazione mi è tornata in mente pensando a ciò che nel modello Positive Intelligence viene definito Hyper-Achiever: la spinta a ricercare risultati e performance, fino al rischio di collegare ad essi il proprio senso di valore e di soddisfazione. Non c’è nulla di sbagliato nell’avere obiettivi. Anzi. Una vetta ci indica una direzione, alimenta motivazione e disciplina, ci spinge oltre ciò che sappiamo già fare.

Il problema può nascere quando iniziamo a dirci, magari senza rendercene conto: «Quando arriverò, allora…» Allora sarò soddisfatto. Allora potrò rallentare. Allora festeggerò. Allora sentirò di avercela fatta. Ma se la vetta dura pochi minuti, quanto della nostra vita rischiamo di trascorrere aspettando di arrivare?

Una bussola per il viaggio

Se il traguardo da solo non basta a dare senso al percorso, serve uno strumento per restare presenti mentre lo si percorre. Nel mio lavoro di coach propongo spesso di fermarsi, a metà salita, e porsi tre domande:

  1. Cosa sto imparando proprio adesso, che non saprei se fossi già arrivato?
  2. Quali risorse sto scoprendo di avere, messo alla prova da questo passaggio?
  3. Se dovessi raccontare questo tratto di strada a qualcuno, cosa direi di aver vissuto, al di là del risultato finale?

Non sono domande che rallentano la marcia: sono domande che la rendono più consapevole. È lì, in fondo, che si gioca gran parte della crescita personale.

Il viaggio che trasforma, la vetta che certifica

L’alpinista ha bisogno della vetta: senza una meta non esisterebbero una rotta da scegliere, una preparazione da affrontare, difficoltà da superare. Ma quasi tutto ciò che gli accade avviene durante il percorso: è lì che impara, incontra i propri limiti, scopre nuove risorse, cade e riparte.

La vetta certifica un risultato. Il viaggio racconta chi siamo diventati per raggiungerlo.

C’è poi un dettaglio della metafora che trovo interessante: una volta in cima, l’alpinista deve scendere, lasciando proprio quel luogo verso il quale ha indirizzato per tanto tempo energie e desideri. Per chi vive fortemente orientato al risultato, può accadere qualcosa di simile: l’obiettivo si raggiunge, la soddisfazione arriva ma dura poco, e quasi subito compare la domanda successiva: «E adesso?» All’orizzonte, un’altra montagna.

Quanto dura la tua vetta?

Qual è l’obiettivo che stai inseguendo in questo momento? Che cosa ti stai promettendo che proverai quando lo avrai raggiunto? E cosa sta accadendo, proprio adesso, lungo il percorso?

Perché una vetta può dare una direzione al viaggio senza dover diventare la ragione per cui il viaggio vale la pena. E forse la domanda più importante non è soltanto “Qual è la prossima vetta?”, ma anche: “Come voglio vivere mentre la sto raggiungendo?”

Rocco Fanello, Leadership coach

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Author: Rocco Fanello

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