Come il coaching amplia la consapevolezza e rende possibili nuove scelte
“Non gli ho detto niente di nuovo”
È una frase che ogni coach, prima o poi, si è trovato a pensare alla fine di una sessione. Il cliente sorride. Dice di avere finalmente le idee chiare, ringrazia. E il coach, tornando a casa, pensa: “In fondo non gli ho insegnato nulla”.
Forse è proprio questo il punto. Il coaching non ha a che fare con l’aggiungere nozioni. Più spesso permette di vedere informazioni che erano già presenti, ma che il cliente non riusciva ancora a mettere a fuoco.
Accorgersi prima di cambiare
Nel linguaggio comune usiamo spesso il verbo accorgersi come sinonimo di notare. In realtà la sua origine è molto più interessante. Deriva dal latino ad corrigere: correggere la direzione, raddrizzare il percorso. Prima ancora di cambiare comportamento, una persona amplia la propria consapevolezza. Vede qualcosa che prima le sfuggiva. E da quel momento le possibilità aumentano: il coaching lavora esattamente lì. Non dice quale strada prendere, aiuta il cliente ad accorgersi che esistono più percorsi.
Il coaching è un cambio di sguardo
Molto spesso il cliente arriva pensando di avere un problema; durante la conversazione scopre che l’ostacolo era il modo in cui lo stava guardando: accade continuamente. Ci accorgiamo che:
- stavamo confondendo i fatti con le interpretazioni;
- una paura veniva scambiata per una certezza;
- un’abitudine guidava le nostre decisioni senza che ce ne rendessimo conto;
- una convinzione limitante era diventata invisibile proprio perché ripetuta ogni giorno.
Nulla di tutto questo viene “inserito” dal coach, è già presente. Il coaching accende semplicemente una luce.
Il momento in cui cambia tutto
Esiste un momento molto riconoscibile in tante sessioni. Il cliente interrompe il discorso. Sorride, oppure rimane in silenzio. Poi dice: “Non ci avevo mai pensato”, “Me ne accorgo solo adesso” oppure “Vista così è diversa”. Spesso il cambiamento inizia esattamente lì. Non quando arriva una soluzione, ma quando cambia lo sguardo.
Come nasce questa consapevolezza?
Non grazie alle risposte del coach, ma grazie alla sua presenza. Domande autentiche. Silenzi. Ascolto. Curiosità. La capacità di sospendere le proprie interpretazioni. Più il coach rinuncia a capire troppo in fretta, più infatti aumenta la probabilità che il cliente scopra qualcosa di nuovo su di sé. È uno degli splendidi paradossi del coaching: il coach produce più cambiamento proprio quando smette di volerlo generare direttamente.
La consapevolezza senza azione non basta
Naturalmente il coaching non si ferma all’insight. Una nuova consapevolezza diventa trasformativa quando genera scelte diverse. Per questo la consapevolezza non è il traguardo; è il punto di partenza. Prima vedo. Poi scelgo. Infine agisco. Invertire quest’ordine significa costruire piani d’azione su fondamenta ancora poco solide.
Una domanda anche per noi coach
Forse vale la pena chiederci, al termine di una sessione: che cosa ha iniziato a vedere oggi il mio cliente che, entrando, non riusciva ancora a riconoscere?
Perché il coaching, prima ancora di aiutare le persone a fare qualcosa di diverso, permette loro di accorgersi di qualcosa di diverso. E quando cambia ciò che vediamo, cambiano anche le scelte che diventano possibili. Le azioni sono importanti. Gli obiettivi lo sono altrettanto. Ma il cambiamento autentico nasce quasi sempre un istante prima: nel momento in cui qualcosa, dentro di noi, trova finalmente un nuovo significato. È da lì che nasce una scelta più consapevole e da essa può prendere forma un’azione più intenzionale.
In questi mesi sto lavorando a un libro che ruota proprio attorno anche a questo verbo tanto semplice quanto rivoluzionario: accorgersi. Perché forse è lì che inizia ogni percorso di crescita, personale e professionale. In fondo, il miglior coaching non lascia al cliente una risposta in più, ma occhi nuovi con cui guardare la propria vita.
Andrea Farioli, Coach ICF PCC, Practitioner Coaching by Values









