Giovanna D’Alessio, Master Certified Coach, ha recentemente pubblicato su LinkedIn un contributo molto interessante e lucido: l’AI non ha coscienza, ma le organizzazioni non stanno scegliendo tra AI e grandi coach, stanno scegliendo tra riflessione a scala e riflessione riservata a pochi. L’AI potrebbe democratizzare qualcosa di prezioso.
È una questione che merita di stare al centro del nostro dibattito. E mi ha spinto a chiedermi quale sarà il passo successivo: quello che l’articolo lascia aperto.
Quando diciamo che l’AI “democratizza la riflessione”, cosa intendiamo davvero? Che uno strumento possa provocare riflessione, certamente. Ma democratizzare la capacità di riflettere è un’altra cosa. Quella capacità si costruisce, si allena, si sedimenta. Non si ottiene per download. Il rischio che vedo non è che l’AI sostituisca il coach, è che sostituisca il coachee.
Le radici prima delle foglie
Un supporto automatico pre-riunione può essere utile, ma costruire cultura riflessiva è un’altra cosa. Se il coaching umano e relazionale non ha trasformato la cultura ai livelli più alti, cosa può davvero cambiare portando uno strumento digitale, quasi una sorta di help desk “riflessivo” esteso a tutta l’organizzazione? Un albero non fiorisce dalla cima verso il basso. La vita parte dalle radici.
C’è poi un rischio più sottile; mi domando: delegare alla tecnologia la costruzione di organizzazioni riflessive non finisce con il diventare un alibi? Preferisco pensare all’AI come a un compagno di viaggio con cui affinare il proprio pensiero, non come a qualcosa che pensa al posto nostro.
Cosa dice la ricerca
Nel giugno 2025, il MIT Media Lab ha pubblicato lo studio Your Brain on ChatGPT, guidato da Nataliya Kosmyna. Hanno chiesto ai cinquantaquattro partecipanti di scrivere un articolo con strumenti diversi, divisi in tre gruppi: chi usava ChatGPT, chi un motore di ricerca, chi lavorava solo con il proprio cervello. Il gruppo “solo cervello” ha dimostrato di aver sviluppato le reti neurali più forti; gli utenti di AI la connettività più debole. La parte più inquietante: anche dopo aver smesso di usare ChatGPT, il cervello mostrava attività rallentata. Una volta delegato il pensiero, si fatica a riprenderne il controllo.
Il messaggio non è “l’AI fa male”. È più preciso: l’uso precoce dell’AI in compiti cognitivamente impegnativi può compromettere memoria, costruzione di significato e sintesi delle idee: competenze centrali nel lavoro di sviluppo.
La testimonianza di chi la macchina l’ha costruita
Federico Faggin, inventore nel 1971 del primo microprocessore commerciale – una delle pietre fondanti della rivoluzione digitale – ha dedicato gli ultimi trent’anni a studiare la coscienza. La sua posizione è netta: «L’intelligenza artificiale non ha coscienza. Non capisce niente. C’è buio dentro». E ancora: «Se crediamo che l’AI stia diventando cosciente, diventeremo suoi schiavi. Se invece pensiamo di valere di più, ci sforzeremo di usarla eticamente».
Una domanda che parla direttamente a noi coach: crediamo nella capacità delle persone che accompagniamo di pensare, crescere, diventare autonome? O stiamo costruendo, senza volerlo, una dipendenza più sofisticata e più difficile da riconoscere?
La responsabilità che ci appartiene
Allenare le persone all’autonomia di pensiero, a una propria pratica di riflessione, alla presenza: questa è la responsabilità del coach oggi. Prima ancora che portare il coaching a scala tramite la tecnologia. Significa usare l’AI, conoscerla, integrarla. Ma significa anche aiutare i coachee a riconoscere quando stanno pensando e quando stanno producendo risposte preconfezionate.
Che tipo di intelligenza vogliamo coltivare nelle organizzazioni? Quella che risponde in fretta? O quella che sa stare con la domanda abbastanza a lungo da trasformarsi? La risposta sta nella nostra responsabilità professionale più profonda, da costruire insieme ai coachee, con la nostra presenza, il nostro attrito generativo, la nostra umanità irriducibile.
Fotografia rielaborata di Maria Rita Fiasco: installazioni artistiche a Casa Caponetti, Tuscania.
Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant









