«Secondo me tra un paio di anni metà del coaching sarà fatto da AI». La frase arriva a metà di una conversazione tra colleghi. Non è provocatoria, è detta con una calma quasi analitica. «Non sono d’accordo. Al massimo lo affiancherà». «Lo dicevano anche dei traduttori». Silenzio. Non c’è imbarazzo. È il tipo di silenzio in cui una conversazione smette di essere teorica. E così lì la domanda cambia: non più se l’AI entrerà nel coaching, ma come.
Negli ultimi trent’anni abbiamo visto la tecnologia avanzare per ondate, con passaggi che hanno segnato cambiamenti profondi, anche sul piano sociale ed economico. Questa è diversa: non è più una tecnologia che esegue, è una tecnologia che genera linguaggio, risposte, ipotesi. Questo cambia il terreno. Perché il coaching lavora proprio lì: nel linguaggio, nelle domande, nella costruzione di senso, nella possibilità per il coachee di dare forma a una propria grammatica.
A questo punto la tentazione è immediata: trasformare tutto in una gara. Chi vince? L’uomo o la macchina? È una domanda interessante, ma secondo me è quella sbagliata. Il punto non è proteggere una professione, si tratta invece di non perdere ciò che la rende necessaria.
Il coaching non è un gioco, non è una prestazione da ottimizzare, non è una gara di velocità. È uno spazio in cui la riflessione trasforma ciò che ancora non ha forma. L’AI accelera: genera risposte, connessioni, ipotesi in tempi che nessun umano può eguagliare.
Il coaching si muove in un’altra direzione. Rallenta. Non per inefficienza, ma perché alcune cose emergono solo quando smettiamo di forzarle, nel tempo sospeso di una domanda che resta aperta. Nel passaggio, spesso scomodo, tra ciò che sappiamo e ciò che non abbiamo ancora il coraggio di vedere.
C’è poi una differenza più sottile e più radicale. Il coaching, quando funziona, lavora per rendersi non necessario, per restituire autonomia, perché la persona possa continuare senza. Le tecnologie conversazionali, invece, sono progettate per restare: essere disponibili, essere consultate, tornare. Non è un difetto, è semplicemente il loro modello. Ma ciò apre una domanda che nel coaching non possiamo evitare: che cosa stiamo allenando? Autonomia o dipendenza?
Pensando alla competizione tra uomo e macchina, tornano alla memoria casi ormai iconici, prima dell’avvento della Gen-AI, come quando il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov perse contro il computer Deep Blue (1997), o quando l’intelligenza artificiale AlphaGo giocò una mossa a Go contro il campione Lee Sedol (2016) che nessun umano avrebbe considerato.
Il punto non è che la macchina “pensa”, è che noi iniziamo a trattarla come se lo facesse. È anche il fatto che certi risultati non sono solo questioni tecniche: spostano il perimetro del possibile. Eppure il coaching non lavora sul possibile in astratto, lavora su ciò che una persona riconosce come proprio possibile. Su ciò che è disposta ad assumersi, su ciò che è pronta a trasformare.
Qui si gioca la differenza: non difendere un territorio, né dimostrare superiorità. Chiediamoci, in questo campo, cosa conta davvero: non la velocità. Non la risposta immediata, anche quando è plausibile. Non la quantità di opzioni generate. Conta la qualità della presenza: la capacità di stare nell’incertezza senza riempirla troppo in fretta, il coraggio di lasciare spazio a ciò che ancora non è definito, l’ascolto profondo, che richiede di accettare di non sapere e fare spazio all’altro.
Forse, allora, la domanda non è se l’AI sostituirà il coaching. Ma se, in un mondo sempre più veloce, sapremo ancora creare spazi abbastanza lenti da permettere alle persone di incontrarsi con ciò che conta. E da lì, non altrove, far nascere il cambiamento.
In apertura: Il Prigioniero di Sergio Zanni. Fotografia rielaborata di Maria Rita Fiasco.
Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant









