Diventare chi già siamo, oltre la cultura del miglioramento continuo

Negli ultimi anni siamo stati travolti da un’ondata di contenuti sulla crescita personale. Libri, video motivazionali, podcast e frasi ispirazionali ci invitano costantemente a diventare la versione migliore di noi stessi, a essere produttivi ogni giorno, a raggiungere il nostro massimo potenziale. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di messaggi utili e ispiranti. Eppure, nel mio lavoro quotidiano come coach, mi accorgo sempre più spesso che questo linguaggio può trasformarsi facilmente in una trappola. 

Quando il miglioramento diventa un imperativo morale, qualcosa da perseguire ogni giorno e a ogni costo, si rischia di perdere di vista la propria autenticità. Molti clienti arrivano in sessione stanchi, frustrati o convinti di non essere mai abbastanza. 

Il coaching propone una prospettiva diversa. Piuttosto che spingere verso un miglioramento continuo, invita a rallentare, a osservare con maggiore consapevolezza ciò che accade e a comprendere quali cambiamenti siano realmente significativi per la persona, nel suo contesto specifico. 

Il potere di essere gentili con se stessi

La self-compassionUn aspetto centrale riguarda il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi. È diffusa l’idea che disciplina e costanza derivino principalmente da controllo e rigidità. In realtà, numerosi studi mostrano come un atteggiamento di maggiore comprensione e gentilezza verso di sé favorisca cambiamenti più stabili nel tempo.  

Le ricerche di Kristin Neff sulla self-compassion evidenziano come la capacità di trattarsi con rispetto nei momenti di difficoltà sia associata a una maggiore resilienza e a una migliore regolazione emotiva. In linea con questi risultati, il coaching lavora spesso per trasformare il dialogo interno: da critico e giudicante a osservativo e costruttivo. 

Questo cambiamento di prospettiva può avere un impatto significativo. Una delle frasi più potenti che mi abbia detto un coachee a fine percorso è stata: «Ora riesco a tenere insieme il desiderio di migliorarmi e la sensazione che vado già bene così come sono». 

Questa integrazione rappresenta un passaggio chiave: la capacità di stare nella tensione tra cambiamento e accettazione senza che l’uno annulli l’altra. Il coaching non spinge verso una versione ideale di sé, ma accompagna a riconoscere ciò che rende ciascuno unico (risorse, automatismi, bisogni profondi) e a partire da lì scegliere in modo consapevole anche una micro-azione, o persino prendere la decisione di non cambiare. 

Imparare a riconoscere e valorizzare se stessi

Il lavoro di coaching non riguarda soltanto obiettivi o piani d’azione, ma anche dimensioni più profonde: la rappresentazione del mondo, i modelli interni, il dialogo che ciascuno intrattiene con se stesso. Significa imparare a porsi domande come: “Cosa mi porta a reagire in questo modo?” “Cosa mi trattiene?” “Chi sto cercando di accontentare?” La Terapia centrata-sul-cliente

In questo senso, il coaching si colloca in uno spazio particolare: sostiene la possibilità di riconoscere e valorizzare ciò che si è oggi, mantenendo al tempo stesso apertura verso il cambiamento. 

Questo approccio trova le sue radici anche nel lavoro di Carl Rogers, che descriveva la actualizing tendency come una spinta naturale dell’individuo verso la propria realizzazione: non un adattamento a standard esterni, ma un processo di sviluppo coerente con la propria natura. 

Il cambiamento, in questa prospettiva, non viene imposto ma emerge. Non è il risultato di una pressione costante, ma di una maggiore consapevolezza di sé: dei propri bisogni, delle proprie risorse e dei propri automatismi. 

Il valore del coaching risiede proprio nella capacità di integrare due elementi apparentemente in contrasto: il rispetto profondo di come siamo oggi e la possibilità concreta di evolvere. Il coaching quindi non consiste nel diventare qualcuno di diverso, ma nel creare le condizioni per esprimere in modo più pieno e consapevole chi siamo già.  

Chiara De Leonardis, Business e medical coach

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Author: Chiara De Leonardis

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