Nel corso di oltre vent’anni di attività come senior trainer e poi anche coach in contesti aziendali complessi, ho osservato l’emergere progressivo e costante, nelle richieste portate dalle persone, di un tema trasversale e spesso non esplicitato, se non addirittura inconsapevole, cioè la gestione dell’ansia.
Questa non si presenta quasi mai in forma dichiarata, ma si manifesta piuttosto attraverso segnali indiretti, come difficoltà decisionali, sovraccarico cognitivo, rigidità comportamentale, bisogno di controllo, oppure, al contrario, evitamento e calo di energia. In molte sessioni di coaching, ciò che inizialmente viene portato come “problema operativo” o “criticità organizzativa” rivela, a un’analisi più approfondita, una componente ansiosa significativa, spesso legata a contesti ad alta pressione, cambiamenti continui o aspettative percepite come elevate.
Lavorando a stretto contatto con manager, team leader e professionisti di diversi livelli, ho riscontrato come l’ansia sia una variabile sistemica, influenzata dalla cultura organizzativa, dagli stili di leadership e dai modelli di comunicazione interni. Non si tratta più di un tema marginale o esclusivamente clinico: l’ansia è un fenomeno organizzativo che richiede strumenti manageriali evoluti. In questo scenario, il coaching si è dimostrato uno strumento particolarmente efficace per intercettare, comprendere e gestire queste dinamiche, offrendo uno spazio strutturato in cui trasformare l’esperienza ansiosa in consapevolezza operativa e capacità di scelta.
Ansia e performance: una relazione non lineare
È necessario distinguere tra ansia adattiva e ansia disfunzionale. La prima, entro certi livelli, agisce come attivatore fisiologico, migliorando attenzione e prontezza decisionale. La seconda, invece, compromette le capacità cognitive, insieme alla memoria di lavoro, alla regolazione emotiva e alla qualità delle relazioni professionali.
In azienda, l’ansia disfunzionale si manifesta frequentemente attraverso:
- overthinking decisionale,
- procrastinazione o evitamento,
- ipercontrollo e micro-management,
- difficoltà nella gestione del feedback,
- riduzione della resilienza allo stress.
Questi comportamenti non sono semplicemente “atteggiamenti individuali”, ma segnali di un sistema che necessita di maggiore consapevolezza e strumenti di autoregolazione.
Il coaching come dispositivo di regolazione
Il coaching, in una prospettiva professionale e strutturata, è un processo di sviluppo focalizzato sull’aumento della consapevolezza (awareness), della responsabilità (accountability) e della capacità di scelta del coachee, pertanto non si configura come supporto psicologico né come formazione tradizionale.
Opera su tre livelli principali:
- Livello cognitivo: ristrutturazione dei pattern di pensiero
Attraverso domande potenti e tecniche di reframing, il coach supporta il coachee nell’identificazione di bias cognitivi (catastrofizzazione, generalizzazione, pensiero dicotomico) che alimentano stati ansiosi. L’obiettivo è sostituire interpretazioni automatiche con letture più funzionali e orientate alla realtà.
- Livello emotivo: sviluppo dell’intelligenza emotiva
Il coaching facilita il riconoscimento, la denominazione e la gestione delle emozioni. In contesti aziendali, molti professionisti non sono allenati a distinguere tra pressione, paura, insicurezza o frustrazione. Questa alfabetizzazione emotiva è fondamentale per ridurre l’intensità dell’ansia e prevenire escalation disfunzionali.
- Livello comportamentale: sperimentazione e azione
L’ansia tende a bloccare l’azione o a distorcerla. Il coaching lavora su micro-azioni concrete, progressivamente sfidanti, che permettono al coachee di costruire nuove evidenze di efficacia personale (self-efficacy). Questo processo riduce l’incertezza percepita, uno dei principali driver dell’ansia.
Strumenti di coaching per la gestione dell’ansia
Tra gli strumenti più efficaci utilizzati nei percorsi di coaching aziendale troviamo il modello GROW, per strutturare il pensiero e ridurre la dispersione cognitiva; le tecniche di grounding, per riportare l’attenzione al presente nei momenti di picco ansioso; i diari di riflessione guidata, per tracciare trigger e pattern ricorrenti; il future pacing, per allenare la mente a visualizzare scenari gestibili. Questi strumenti, se applicati con continuità, contribuiscono a costruire una maggiore stabilità interna anche in contesti ad alta pressione.
Impatto organizzativo
L’ansia, se non gestita, ha un costo organizzativo elevato, spesso nascosto. Il coaching consente di trasformarla da fattore limitante a segnale informativo utile.
Integrare il coaching nei processi aziendali con un focus sulla gestione dell’ansia produce effetti sulla riduzione del turnover legato a burnout e sul miglioramento della qualità decisionale, e ancora sull’incremento della capacità di adattamento al cambiamento, lavorando simultaneamente su pensiero, emozioni e comportamento.
Rosanna Pezzuto, Business coach, senior trainer e HR consultant









