Due persone, due modelli
Nel giro di pochi mesi sono scomparse due persone che, in ambiti molto diversi, ho molto ammirato e hanno rappresentato per me dei modelli: Carlo Borlenghi e Carlo Petrini.

Di Borlenghi (1956-2026) conoscevo naturalmente il lavoro. Per chi, come me, ama la vela e la fotografia, era difficile non ammirare la sua capacità di raccontare questo sport attraverso le immagini. Anni fa lo contattai per chiedergli di fotografare il Campionato Italiano della classe nella quale regavo. Confesso che lo feci con qualche timore. Mi aspettavo un professionista difficile da coinvolgere, forse poco interessato a una realtà che avrebbe potuto considerare troppo piccola per lui. Incontrai invece una persona semplice, disponibile, accessibile. Un grande professionista che non sembrava avere alcun bisogno di far pesare la propria capacità. Ed è forse questo, più ancora delle sue fotografie, ciò che mi è rimasto di lui.
Vedere qualcosa che ancora non esiste
Carlo Petrini (1949-2026), gastronomo, scrittore, ma soprattutto fondatore di Slow Food Italia, non l’ho mai conosciuto personalmente. L’ho visto una sola volta, al Salone del Gusto del 2008, circondato da amici, collaboratori e studenti.

Di lui ho incontrato quindi soltanto il personaggio pubblico e la sua storia. Ciò che ho sempre ammirato è stata la capacità di avere una visione e, soprattutto, di trasformarla in realtà. Immaginare un futuro diverso è una qualità straordinaria, ma non sempre alla capacità di sognare corrisponde quella di realizzare. Petrini ha saputo fare entrambe le cose: vedere qualcosa che ancora non esisteva e poi costruire, coinvolgere persone, agire perché quella visione prendesse forma.
Se penso a Borlenghi e Petrini come modelli, quindi, non penso al desiderio di diventare come loro. Mi chiedo piuttosto: cosa prenderei da loro?
Cosa prendiamo dai nostri modelli?
È una domanda che utilizzo anche nel coaching. Nel modello delle qualità autentiche del coach Daniel Ofman, lavorare sulla propria sfida significa individuare una qualità che abbiamo bisogno di sviluppare maggiormente.
A volte, però, dare un nome a una qualità non basta. Propongo allora ai miei clienti di pensare a qualcuno che, secondo loro, la possiede. Può essere una persona conosciuta personalmente, un personaggio pubblico o persino qualcuno incontrato attraverso un libro. E poi chiedo: cosa fa quella persona che ti porta a riconoscerle quella qualità? E cosa potresti prendere da lei? Non si tratta di copiarla, ma di osservare una possibilità e provare a darle una forma nostra.
Prendere in prestito una possibilità
Mi torna in mente una scena del romanzo La tua seconda vita comincia quando capisci di averne una sola di Raphaëlle Giordano. La protagonista non si sente più attraente. A un certo punto prova a camminare imitando l’andatura di un’attrice che considera particolarmente affascinante. Cambia postura, cambia modo di muoversi e si accorge che cambia anche lo sguardo degli altri su di lei. Per qualche minuto ha preso in prestito un modo diverso di stare nel mondo.
Forse è anche questo il valore dei modelli. Non ci dicono chi dobbiamo diventare e non ci chiedono di essere la loro copia. Ci mostrano una possibilità. Sta poi a noi sperimentarla, trasformarla e trovare il nostro modo di esprimerla. Da Borlenghi prenderei la capacità di coniugare eccellenza e semplicità. Da Petrini la capacità di non fermarsi alla visione, ma di trasformarla in azione.
E tu? Quale persona rappresenta oggi un modello per la qualità che vorresti sviluppare? E, soprattutto: cosa potresti prendere da lei, per farlo diventare tuo?
Foto: Carlo Borlenghi / carloborlenghi.com; Carlo Petrini / MikeDotta-Shutterstock









