Quando il coach manca

Formazione, supervisione e il lavoro sullo strumento che siamo 

Nella formazione e nel mentoring mi capita di vedere sessioni di coaching perfette: si aprono con l’individuazione dell’obiettivo, si chiudono con la definizione del piano d’azione e con la domanda sul feedback del cliente, specie quando ci si sta allenando e si punta alla certificazione. Tutto in ordine, tutto al suo posto. Non sempre, e non per tutti: so che sto estremizzando. Ma ho l’impressione che la sessione perfetta sia una specie di rituale, e che dentro il rituale a volte manchi il coach. 

Il framework delle competenze è necessario: dà un linguaggio comune, ci permette di formarci e di riconoscerci. E chi lo segue, nella formazione e nel mentoring, sta facendo ciò che gli viene chiesto. Il rischio si presenta quando l’esecuzione prende il posto del pensiero: quando conta più fare tutto bene che essere presenti a ciò che accade. A quel punto la sessione diventa una sequenza di passaggi, e una sequenza di passaggi è proprio ciò che una macchina sa eseguire benissimo. Se il coach si limita a “eseguire” il rituale, un’AI può farlo altrettanto bene, e forse più in fretta. 

In una relazione di coaching lo strumento di lavoro è il coach stesso: una persona che ascolta, e che non è impermeabile a niente. Ha l’ansia di far bene, soprattutto se qualcuno la sta valutando. Ha la tentazione di guidare, di arrivare prima del coachee dove pensa che debba condurlo. Il rituale rassicura: finché seguo i passaggi, non devo stare nell’incertezza di non sapere dove sta andando la conversazione. 

Hannah Arendt ha indicato il rischio di chi non pensa più e si affida alla formula, al ruolo, a ciò che è previsto. Oggi la formula può essere anche una procedura tecnica. Prendo in prestito la sua lente, senza fare paragoni: quando eseguo, smetto di pensare, e smetto anche di sentire ciò che preme in quella conversazione e ciò che andrebbe detto o non detto. 

A me ha aiutato molto la supervisione: la ricchezza della conversazione che come supervisee ho avuto con il supervisor, e la sfida che questi mi ha posto, quella di andare a fondo sul mio processo di pensiero rispetto ai temi emersi in sessione. Non su cosa avesse detto il coachee, ma su come io avevo pensato e sentito. È un lavoro difficile da fare in fretta o da soli. Qui la formazione continua diventa cura dello strumento, cioè del coach come persona, della sua presenza e della sua capacità di fare spazio, perché il pensiero e le scelte del coachee possano emergere. 

Sabato mattina, in radio, in una trasmissione che seguo da anni (Uomini e profeti, Rai Radio 3), si parlava di meraviglia come educazione a scoprire di continuo sé stessi e il mondo, e di un’intelligenza del cuore che non significa seguire il cuore come automatismo, ma saper sentire ciò che preme e ciò che urge quando bisogna scegliere. Mi è venuto da pensare anche a noi: restare curiosi davanti a ciò che accade in una sessione, e guardarsi dal ridurlo a ciò che già sappiamo fare. Il contrario è il cinismo: pensare di sapere già come andrà a finire.

Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

 

Per approfondire 

  • H. Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, traduzione di P. Bernardini, Feltrinelli, Milano 1964. 
  • H. Arendt, La vita della mente, a cura di A. Dal Lago, traduzione di G. Zanetti, Il Mulino, Bologna 20092 (in particolare la Parte I: Il pensare). 
  • Uomini e profeti, Rai Radio 3, puntata del 24 ottobre 2026 sulla meraviglia. 

Foto di Maria Rita Fiasco: abiti ottocenteschi, Museo del Costume, Scicli, maggio 2026. 

Maria Rita Fiasco
Author: Maria Rita Fiasco

Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

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