Un fine settimana di vela e scoperte
Poco tempo fa ho partecipato a due giornate dedicate all’avvicinamento alla vela. In queste occasioni adulti e ragazzi possono salire a bordo, conoscere una barca a vela e sperimentare per la prima volta il piacere di navigare.
Come faccio spesso, dopo i primi minuti invito i ragazzi a prendere il timone del mio cabinato di sette metri e mezzo. È sempre sorprendente osservare la velocità con cui imparano. Dopo poche indicazioni iniziano a comprendere il rapporto tra il movimento della barra, la direzione della prua e la risposta della barca.
Tra i tanti ragazzi saliti a bordo, uno in particolare ha attirato la mia attenzione. Non per una particolare sicurezza o per una predisposizione evidente, ma per il modo in cui osservava e ascoltava. Seguiva ogni indicazione con attenzione, poneva domande pertinenti e, soprattutto, metteva subito in pratica ciò che apprendeva.
Il momento della fiducia
Durante la navigazione gli ho affidato il timone. Correggeva la rotta con precisione crescente e sembrava apprezzare quella responsabilità. Non l’entusiasmo superficiale di chi sta vivendo qualcosa di nuovo, ma la soddisfazione di sentirsi parte attiva di ciò che stava accadendo.
Al momento del rientro in porto era necessario ammainare la vela. Per farlo dovevo spostarmi a prua, e benché ci fossero anche un paio di adulti a bordo, ho deciso di lasciare a lui il compito di mantenere la rotta. Gli ho spiegato cosa fare e quali riferimenti osservare. Poi mi sono allontanato dal pozzetto. Ha eseguito tutto perfettamente.
“Non sono ancora pronti”
Ripensando a quell’episodio, mi è tornata in mente una frase che sento ripetere spesso nei percorsi di coaching con leader e manager: «Non posso delegare perché le persone del mio team non sono ancora pronte». È una convinzione comprensibile. Delegare significa accettare una quota di incertezza. Significa rinunciare a una parte del controllo, accettare che qualcun altro possa svolgere un compito in modo diverso da come lo avremmo fatto noi. Eppure mi domando spesso: come possono le persone diventare pronte se non viene mai offerta loro l’opportunità di esercitarsi?
Quel ragazzo non era diventato capace perché gli era stata affidata una responsabilità dopo anni di esperienza. Al contrario, stava sviluppando le sue capacità proprio perché qualcuno aveva deciso di affidargli una responsabilità proporzionata alle sue possibilità.
Delegare non è abbandonare
Naturalmente non si trattava di un atto di fiducia cieca. Prima di lasciargli il timone avevo osservato il suo comportamento, la sua attenzione, la sua capacità di apprendere. E soprattutto ero rimasto presente. Se fosse stato necessario, sarei potuto intervenire immediatamente.
Forse è proprio questa la differenza tra delegare e abbandonare. Delegare non significa lasciare qualcuno da solo, ma creare uno spazio nel quale si possa sperimentare, sapendo di poter contare su supporto e presenza. Spesso, quando parliamo di delega, ci concentriamo sul trasferimento di attività e responsabilità. Ma c’è un altro aspetto che tendiamo a sottovalutare.
Il messaggio nascosto nella delega
Quando affidiamo a qualcuno un compito significativo, stiamo anche comunicando un messaggio. Stiamo dicendo: «Credo che tu possa farcela».
A volte le persone scoprono capacità che non sapevano di possedere proprio perché qualcuno ha creduto in loro prima ancora che fossero completamente sicure di sé. Forse la crescita professionale e personale nasce spesso così. Non quando ci sentiamo finalmente pronti, ma quando qualcuno ci offre l’opportunità di fare un passo oltre ciò che già sappiamo fare.
Una domanda da portare a bordo
Da quella giornata in barca mi porto a casa un paio di domande.
- Quante volte, nel desiderio di proteggere un risultato o evitare un errore, tratteniamo il timone più a lungo del necessario?
- E quante opportunità di crescita rischiamo di sottrarre alle persone che abbiamo accanto?









