Tu puoi: spunti di coaching da “La valle dell’Eden”

Ho letto La valle dell’Eden. È un titolo che mi accompagna da quando ero bambina: mio padre aveva un cofanetto verde con tre film interpretati da James Dean, e uno era proprio questo. Il libro, però, l’ho acquistato solo quest’estate, entrando in una nuova libreria di Trieste, una libreria in lingua inglese, cosa insolita per la nostra città e proprio per questo una piacevole novità. Solo dopo ho scoperto che quell’incontro aveva un suo tempismo: proprio oggi, 1° ottobre, esce su Netflix la serie tratta dal romanzo.

La valle dell'Eden - Serie TV (2026) Durante la lettura, che ha accompagnato la mia fine d’estate, le evidenziazioni si sono accumulate quasi da sole. È un libro che parla di relazioni, di vita, di famiglia e di sogni, e in cui a ogni pagina si riconosce la firma del maestro che ha scritto questo capolavoro.

Ho pensato di continuare i miei viaggi tra libri e coaching per riflettere su quanto romanzi, film e altre narrazioni possano offrirci spunti per leggere i pensieri e le relazioni umane e trarne ispirazione. Chi ha già letto il libro sorriderà nel ritrovare i suoi personaggi, splendidi e profondi. Chi non l’ha ancora letto non si preoccupi: non farò spoiler!

“Tu puoi”: lo spazio della scelta

Il cuore del romanzo è una parola ebraica, timshel, e la questione della sua traduzione dà vita a un dialogo di grande profondità tra tre personaggi: Lee (il mio preferito), Samuel e Adam. Le versioni del passo biblico su Caino oscillano tra un comando (“dominalo”) e una promessa (“tu lo dominerai”). Lee sostiene invece che il verbo significhi «tu puoi»: una possibilità che rimette la questione nelle mani della persona. E aggiunge che, se è vero che «tu puoi», è vero anche che «tu puoi non».

Difficile trovare una sintesi migliore della postura del coaching. Non il dovere, non la previsione, ma lo spazio aperto della scelta, con tutta la responsabilità che comporta e tutta l’energia che si può ricavare da questa consapevolezza.

Il miglior conversatore

Una delle frasi che più mi hanno colpita come coach è questa, pronunciata da Lee: «Forse il miglior conversatore del mondo è quello che aiuta gli altri a conversare». Accanto a lei ne metto altre tre. «Nella bottega di Samuel gli uomini smettevano spontaneamente di imprecare, senza che nessuno lo vietasse, come se quello non fosse il luogo adatto»: è la descrizione di uno spazio che, con la sola esistenza, cambia la qualità della conversazione. Un racconto che non riguarda chi ascolta non viene ascoltato. E «le storie di Samuel, ripetute a casa, perdevano sapore lungo la strada».

Quest’ultima immagine dice qualcosa di importante sul nostro lavoro: le intuizioni non si trasferiscono intatte. Una consapevolezza raccontata da altri arriva svuotata; quella scoperta da sé conserva il suo gusto. È il senso di ciò che il modello di competenze dell’ICF chiama evocare consapevolezza: non consegnare risposte, ma creare le condizioni perché emergano.

Cambiare prospettiva

Diverse frasi che ho evidenziato ruotano attorno ai limiti del nostro sguardo.  «Nella valle di Salinas, negli anni di siccità si dimenticavano quelli piovosi, e viceversa»: il presente tende a sembrarci l’unica condizione possibile. Steinbeck osserva che «uno dei trionfi della natura umana è sapere qualcosa e continuare a non crederci», e parla della «capacità di generalizzare che hanno solo le persone prive di esperienza». Lee, infine, ipotizza che «lo specialista sia talvolta qualcuno che ha paura di guardare fuori dalla propria gabbietta, perdendosi il mondo oltre la siepe». Sono quattro inviti diversi allo stesso esercizio: allargare il campo.

Scopo e metodo

Di Cathy, il personaggio più oscuro del romanzo, Steinbeck scrive che individuava rapidamente il proprio scopo, poi smetteva di pensarci e si concentrava sul metodo, e che sapeva abbandonare ciò che non poteva ottenere per attendere ciò che poteva avere. Sono tratti che nel romanzo servono qualcosa di negativo, ma la struttura in sé è neutra, ed è quella che in una sessione aiuta a passare dall’intenzione all’azione. Anche qui torna timshel: lo stesso strumento può servire direzioni opposte, e la scelta resta alla persona.

In chiusura

Verso la fine del romanzo, Steinbeck scrive che, tolta la polvere della vita, a ciascuno resta una sola domanda: ho agito bene o male? E Lee ricorda a Cal che essere una persona comporta una responsabilità, qualcosa di più che occupare lo spazio che altrimenti occuperebbe l’aria.

Nell’introduzione all’edizione italiana, Luigi Sampietro richiama il credo di Steinbeck: la mente individuale, libera di esplorare in ogni direzione, è la cosa più preziosa che esista. Mi sembra un buon manifesto anche per il coaching.  Come ogni amante della lettura può dirvi, leggete il libro prima di guardare la serie: le domande più potenti, qui, le fa il maestro Steinbeck.

Silvia Pallaver, Head of Coaching and Mentoring Unit, Coach ICF

Silvia Pallaver
Author: Silvia Pallaver

Head of Coaching and Mentoring Unit, Coach ICF

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