Un volto non è un corpo

Pessoa, Damasio e un robot cinese: perché il coaching è una faccenda di corpi

Shanghai, luglio 2026. Alla World Artificial Intelligence Conference, tra bracci meccanici e umanoidi che montano componenti, una piccola folla si ferma davanti a un volto. È il robot di AheadForm, un’azienda cinese che ha portato in fiera un viso artificiale sorprendentemente realistico: stando ai resoconti dell’agenzia Xinhua, oltre duecento punti di controllo riproducono i movimenti di quarantatré muscoli facciali umani. Solleva le sopracciglia, accenna un sorriso, sembra esitare. Le microespressioni, quelle che nei nostri scambi quotidiani leggiamo senza accorgercene, sono lì, una per una. Il pubblico resta colpito, l’interesse commerciale non manca.

Ciò che rende possibile il pensiero

Davanti a quel viso, ciò che ho pensato e la domanda che mi è sorta non riguarda la tecnica. Riguarda noi: imitare la superficie del corpo è avere un corpo? Quel volto può eseguire la commozione, ma non ha niente da provare. Nello scudo di Perseo, di cui scrivevo il mese scorso, cercavo uno sguardo obliquo per osservare l’AI senza farci pietrificare. Oggi aggiungo che quello scudo lo regge un braccio: per guardare l’intelligenza artificiale senza restare pietrificati serve anche ricordare da dove lo facciamo. Da un corpo.

Ciò che in me sente sta pensando. Sul divenire dei corpi - Gabriella Caramore - copertina«Ciò che in me sente sta pensando», scrive Fernando Pessoa, in un verso che Gabriella Caramore ha scelto come titolo del suo libro più recente, dedicato proprio al divenire dei corpi. È una frase che non oppone niente a niente: non il cuore alla ragione, non l’emozione alla lucidità. Dice che dentro di noi sentire e pensare sono lo stesso movimento.

Le neuroscienze, del resto, raccontano qualcosa di molto vicino. Antonio Damasio – L’errore di Cartesio ha più di trent’anni, ma non ha perso freschezza – ha mostrato che quando il dialogo tra cervello ed emozioni si interrompe, anche la ragione più lucida smette di saper decidere: manca il segnale del corpo, quella stretta allo stomaco o quell’apertura nel respiro che dice “questa sì, questa no”. Sentire non disturba il pensare, lo rende possibile. Ed è per questo che ogni persona è irripetibile: non esiste una mente in generale, esiste una mente che è quel corpo, con la sua storia, le sue cicatrici, la sua memoria fatta anche di pelle.

Il ruolo del coaching

È qui che il discorso tocca il nostro mestiere. Il coach lavora con il linguaggio, e il linguaggio è fatto di parole. Ma non è solo parole. È il respiro che le precede, la pausa che le segue, il tono che le smentisce o le conferma. In sessione ascoltiamo ciò che il corpo del coachee dice mentre la voce tace: le spalle che si chiudono dopo aver posto una domanda, lo sguardo che si accende su un’altra. E ascoltiamo anche con il nostro, di corpo: quella leggera tensione che ci avverte che qualcosa di importante sta accadendo, prima ancora di saperlo spiegare. A volte, però, quel segnale parla di noi: indica un nodo nostro, qualcosa su cui il coach è chiamato a lavorare a sua volta: un materiale prezioso da portare nei luoghi dove anche il coach si fa accompagnare. Una sessione di coaching, quando funziona, è l’incontro tra due corpi che pensano. Per questo la relazione non è un canale di trasmissione: è il luogo dove il pensiero accade.

Trovare l’occasione per riconnettersi con il corpo

Tocca a noi coach presidiare questo terreno fatto di esperienze, saperi e sentire – non “contro” la tecnologia, ma dalla parte di ciò che nessuna simulazione, per quanto perfetta, può replicare: l’esperienza vissuta di essere un corpo tra corpi. Più che un invito, però, vorrei lasciare una riflessione da mettere in quella valigia del coach di cui scriveva Alice D’Alessio pochi giorni fa su queste pagine: i giorni che rallentano e si allargano sono forse l’occasione per riconnetterci proprio con il nostro corpo – camminare, nuotare, restare in silenzio al sole o sotto la frescura di un albero – e stupirci di nuovo di tutto ciò che un corpo è. Il volto di Shanghai continuerà a perfezionare le sue microespressioni. A noi, intanto, l’altra metà del mistero: sentire ciò che pensiamo.

Per approfondire: il verso di Fernando Pessoa è tratto dalla poesia Ela canta, pobre ceifeira (1924). Gabriella Caramore, Ciò che in me sente sta pensando. Sul divenire dei corpi, UTET, Torino 2026; Antonio R. Damasio, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano 1995 (ed. orig. 1994).

Fotografia di apertura di Maria Rita Fiasco: figure allegoriche sul soffitto di Palazzo Bonelli Patanè a Scicli, dipinte da Raffaele Scalia (1928-1938). Corpi che si sostengono a vicenda. 

Maria Rita Fiasco, Coach PCC ICF, Senior trainer e Management consultant

Maria Rita Fiasco
Author: Maria Rita Fiasco

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