Vi siete mai chiesti “Chi sono al lavoro?” È una domanda tutt’altro che semplice, perché porta con sé una riflessione più profonda e apre la strada a interrogativi significativi: quale ruolo scelgo di occupare? Quale immagine di me voglio trasmettere agli altri? Quale rappresentazione emerge dal modo in cui lavoro e dalle mansioni che svolgo?
Le risposte a queste domande contribuiscono a costruire quella che possiamo definire identità professionale o di ruolo. Essa non si esaurisce nel job title o nell’insieme delle attività che svolgiamo, è molto di più. È il modo in cui interpretiamo quel ruolo, il significato che gli attribuiamo e l’insieme delle modalità in cui scegliamo di presentarci agli altri. In altre parole, riguarda come definiamo noi stessi e il modo in cui desideriamo essere riconosciuti dagli altri all’interno del contesto lavorativo.
Non siamo solo ciò che facciamo
In psicologia l’identità è la rappresentazione, relativamente stabile ma in continua evoluzione, che ciascuno ha di sé: il senso di essere la stessa persona nel tempo e nelle diverse situazioni della vita (continuità), di essere distinta dagli altri (unicità) e di appartenere a certi gruppi e ruoli sociali (appartenenza). Si tratta di un costrutto dinamico, che nasce e si sviluppa dall’intreccio di caratteristiche personali, esperienze vissute e relazioni con il contesto sociale.
L’identità professionale non nasce separatamente da quella personale, ne rappresenta piuttosto una dimensione specifica. Nel lavoro portiamo con noi valori, caratteristiche, convinzioni, interessi e modalità relazionali che contribuiscono a definire il nostro modo di interpretare il ruolo. Allo stesso tempo, le esperienze professionali possono modificare la percezione che abbiamo di noi stessi, influenzando la nostra autostima, il senso di competenza e la rappresentazione di ciò che possiamo diventare. Identità personale e professionale sono quindi in dialogo continuo: non siamo persone diverse al lavoro, ma scegliamo quali parti di noi esprimere, sviluppare e rendere visibili attraverso il ruolo che ricopriamo.
Anche per questo, chiedersi “Cosa mi piace fare? In cosa sono bravo? Quali attività mi fanno sentire competente? Come vorrei essere riconosciuto?” non significa semplicemente fare un bilancio delle proprie caratteristiche. Significa iniziare a definire una direzione identitaria. In altre parole, significa scegliere, almeno in parte, chi essere nel proprio contesto professionale.
Tra ciò che sono e ciò che posso diventare
L’identità professionale si costruisce anche nel dialogo tra ciò che abbiamo già vissuto nel lavoro e ciò che immaginiamo di poter diventare in futuro.
La teoria della self-efficacy di Bandura e il correlato concetto di possible selves aiutano a comprendere come si costruisce questo passaggio tra ciò che siamo oggi e ciò che possiamo diventare. La convinzione di essere capaci di affrontare efficacemente un compito si alimenta attraverso le esperienze passate – i successi ottenuti, l’osservazione di persone simili a noi che riescono, i feedback ricevuti –, ma è orientata al futuro: riguarda, infatti, ciò che pensiamo di poter fare e, dunque, di poter diventare, contribuendo a definire quali versioni di noi percepiamo come possibili e raggiungibili.
L’identità, quindi, non è soltanto una fotografia del presente, ma una vera e propria narrazione in costruzione che delinea il nostro orientamento futuro. Ogni nostro comportamento comunica qualcosa di noi nel qui e ora e, al contempo, ci mostra le direzioni in cui il nostro sé potrebbe svilupparsi nel tempo.
Il coaching: trasformare la consapevolezza in azione
È proprio in questo spazio tra identità attuale e identità desiderata che il coaching può diventare uno strumento di sviluppo. Il coach non stabilisce chi la persona dovrebbe essere e non le prescrive quale identità professionale adottare. Il suo compito è creare uno spazio strutturato di riflessione nel quale la persona possa esplorare le proprie risorse, chiarire ciò che per lei conta e individuare modalità concrete per agire in coerenza con i propri obiettivi.
Le domande diventano quindi uno strumento di esplorazione: quali attività ti fanno sentire maggiormente te stesso? Quali competenze vuoi che gli altri riconoscano in te? Che cosa stai già facendo che rappresenta la persona professionale che vuoi diventare? Quale comportamento potresti sperimentare per avvicinarti a questa immagine?
Il passaggio fondamentale è quello dalla consapevolezza alla sperimentazione. L’identità, infatti, non cambia soltanto perché ne parliamo: si consolida attraverso nuove esperienze, comportamenti e feedback. Il coaching può accompagnare questo processo aiutando la persona a trasformare un’immagine desiderata in piccoli comportamenti osservabili, verificabili e progressivamente integrati nel proprio modo di stare al lavoro.
Agire sull’identità professionale significa chiedersi “Chi scelgo di essere quando rivesto questo ruolo?” È una domanda che restituisce alla persona un elemento fondamentale: la possibilità di essere protagonista del proprio sviluppo lavorativo, non semplicemente interprete passivo di un ruolo già definito.









